È successo tutto in maniera velocissima. Il 13 giugno esce su Bandcamp, attraverso nessuna etichetta, il disco Cruel World of Dreams and Fears del misterioso Draugveil. Si tratta di poco più di mezz’ora spalmata su dieci canzoni. Black metal romantico con intermezzi dungeon synth. Dischi del genere ne escono in continuazione tutti i giorni, alcuni buoni, altri trascurabili. Questo in particolare però diventa un caso planetario. In brevissimo tempo si crea una vera e propria leggenda intorno all’album: si moltiplicano gli ascolti, i download, le recensioni su blog specializzati e le discussioni sui forum. Alcuni gridano al capolavoro, altri parlano di “nuovo standard” per il black metal atmosferico. Ma più di tutto, a colpire è il mistero: chi è Draugveil? Da dove viene? È una persona sola o un collettivo? È tutto reale o un esperimento?
Quello che si sa è che l’autore viva a Praga e dovrebbe essere ucraino. Ha anche altri progetti, uno si chiama Gxreparty, e fa un trap metal molto violento, mentre col nome Shinagawalove fa una sorta di nu metal con influenze shoegaze. Ambedue i progetti, in generale, sono ammantati da quell’atmosfera Novanta/Duemila creata da gruppi come Deftones e Slipknot, sia per quanto riguarda la musica, che l’immaginario.
Nel giro di pochi giorni, compaiono teorie su Reddit e X: il disco sarebbe stato composto con l’intelligenza artificiale, o addirittura interamente generato. Qualcuno punta il dito contro la copertina – “troppo perfetta, troppo onirica per essere fatta da un umano” – altri analizzano i pattern ritmici, le strutture armoniche, sostenendo che non c’è mano umana dietro. Ma chi cerca risposte nel disco, trova solo altre domande. È vero, certamente l’AI potrebbe aver fatto sia la copertina, che addirittura il disco intero, senza nessun problema. Ma sarà veramente così? L’autore del disco si diverte a non smentire, quasi volesse leggere la teoria più strampalata al riguardo. Nel frattempo sceglie però un’etichetta, tra le tante che si offrono, per stampare il disco in tutti formati fisici, che uscirà questa estate. L’etichetta è la Phantom Lure, un culto per appassionati di black metal e dungeon. Qualcuno tra i fan chiede di avere le prove del fatto che il disco sia “reale”. Ma nessuno le porta, piuttosto abbondano commenti come “Album of the year” e cose del genere. Non è importante sapere, conta il risultato.
Viviamo in un’epoca in cui il fittizio potrebbe interessare di più del reale. Non solo perché è più perfetto, ma anche perché meno schierato, meno impegnativo e più artisticamente universale. In un periodo storico in cui abbondano i conflitti, forse ciò che uno ricerca è solo mezz’ora di sognante ed epicheggiante black metal romantico con incursioni dungeon cavalleresche. Non servono altri riferimenti diretti. In questo Draugveil arriva come una manna dal cielo.
Per saperne qualcosa su chi sia e su come la pensi, l’ho contattato per fargli qualche domanda.
Come è nato il nome Draugveil?
Il nome Draugveil è nato dal bisogno di esprimere qualcosa di sepolto – come il peso dei rimpianti, delle promesse lasciate indietro e delle paure che non ti lasciano andare. Ho tratto ispirazione da parole norrene – Draugr, un cadavere condannato a vagare dopo la morte, e Veil, come un’ombra, una barriera.
Ma per me conta più il significato emotivo. È sentirsi bloccati tra ciò che eri e ciò che volevi diventare.

È il tuo primo album? Hai altri progetti musicali, magari sotto altri nomi?
Cruel World of Dreams and Fears è il mio primo album completo con il nome Draugveil.
Ma non è la prima volta che faccio musica. Negli anni ho lavorato a diversi altri progetti, esplorando suoni e identità diverse – tra cui Shinagawalove e GXREPARTY.
Ognuno rappresenta una parte di me, ma Draugveil è quello più personale.
Quali sono le tue influenze musicali?
Le mie influenze musicali sono difficili da definire. Ovviamente c’è un forte legame con i rami più grezzi della seconda ondata del black metal e con il depressive black metal, ma non traggo ispirazione diretta da altre band black metal, almeno non nel senso classico. Molto spesso, la musica che mi ispira emotivamente non ha nulla a che vedere con quella che poi scrivo. Posso ascoltare un brano di musica classica o una traccia elettronica caotica, e qualcosa nella sensazione – tristezza, tensione, bellezza, frustrazione – mi spinge a creare qualcosa di totalmente diverso, come una canzone black metal.
È più il peso emotivo a ispirarmi, non tanto il suono.
Cosa significa per te il black metal?
A dire il vero, non mi sono mai soffermato troppo a pensare cosa significhi per me il black metal.
Non è mai stato qualcosa di ideologico – mi sono semplicemente sentito attratto da certe canzoni e artisti del genere. C’è sempre stato qualcosa nell’atmosfera, nell’emozione grezza e nel suono che parlava a me in un modo che nessun altro genere è mai riuscito a fare.

L’album uscirà su Phantom Lure, un’etichetta di culto per il black metal e il dungeon synth. Eri già fan prima di approdarvi? Quali sono le etichette che apprezzi di più al momento?
Non sono mai stato troppo coinvolto nella scena delle etichette. Dopo l’uscita, molte persone mi hanno contattato – anche etichette storiche – ma per me la popolarità o le dimensioni non sono la cosa principale. Quello che conta davvero è come un’etichetta rispetta la visione dell’artista e quanto il suo lato estetico si allinei con il mio. Mi interessa di più l’atmosfera, il concetto visivo, il modo in cui viene presentata la musica – non i numeri o la portata. In un certo senso, potrei dire che non mi importa del nome dell’etichetta – mi importa della sensazione.
Alla fine ho scelto di lavorare con Phantom Lure semplicemente perché mi sembrava giusto. Mi fido molto del mio intuito nelle decisioni creative – e questa volta ho seguito quel richiamo interiore. C’era qualcosa nel modo in cui si presentano e nell’atmosfera che creano che ha risuonato con me a un livello profondo.
Posso chiederti che synth hai usato per i pezzi dungeon?
Ho semplicemente chiesto a un mio amico, che si intende di dungeon synth, di mandarmi dei sample.
Ami la musica ambient classica?
Sì, amo la musica ambient classica – anche se non la ascolto molto spesso.
È qualcosa a cui mi rivolgo in certi stati d’animo o momenti particolari.
Romantic black metal: è un genere in cui ti riconosci?
Perché no?, suona bene.
Mi piace.

Ho trovato molti elementi nella tua musica che mi hanno ricordato il depressive black metal, da band come Lifelover, Xasthur e Silencer. Penso siano stati fondamentali per l’evoluzione di questo tipo di black metal, che forse si può chiamare romantico. Sbaglio?
Direi che sono d’accordo con te, almeno per come la sento io.
La loro musica e il genere in sé mi hanno segnato. Mi hanno davvero colpito all’epoca, e penso che quando ho iniziato a scrivere black metal, inconsciamente stavo già attingendo da quella influenza.
Nel disco c’è un ospite: Selvnatt. Puoi parlarmi di lui?
Ci sarebbe così tanto da dire su Selvnatt. Un artista davvero talentuoso, in costante evoluzione. Qualcuno che consiglierei sinceramente a chiunque. Creativo, determinato e profondamente onesto in ciò che fa. Non solo un grande creatore, ma anche una gran bella persona.
Veniamo al punto. Sai bene che il tuo album è stato accusato di essere fatto con l’AI. Come rispondi a questo?
Ognuno è libero di decidere per sé. Le persone ascoltano, si pongono domande, analizzano – ed è interessante anche questo, in un certo senso.
La copertina è davvero unica, ed è stata anch’essa accusata di essere generata con l’AI. A me però non interessa quell’aspetto. Mi racconti l’idea che c’è dietro? Cosa avevi in mente?
Onestamente, non ho ragionato troppo sul concetto. L’immagine mi è arrivata già formata nella mente. Volevo solo creare qualcosa che fosse delicato, strano e bello. Qualcosa come un sogno. Non mi sono chiesto il perché o cosa significasse – ho solo seguito la sensazione. È stato un momento di intuizione. Un’immagine nella testa che non riuscivo a ignorare.
Nessun ragionamento, nessun piano – solo istinto.

Ho discusso con alcuni amici fan del black metal. Alcuni dicevano che la tua copertina in fondo non è così distante da certe copertine storiche – tipo quelle degli Immortal. C’è una certa continuità. Secondo me, però, la prima ondata del black metal non era affatto ironica. Anzi, la sua serietà e religiosità erano così intense da diventare quasi involontariamente ironiche. La tua copertina, invece, non è ironica, ma ha un’atmosfera “internet”, molto legata alla nostra epoca e al dungeon. Sbaglio?
È un punto di vista davvero interessante e non credo tu stia sbagliando. Ma come ho detto, non stavo pensando in termini di ironia o eredità quando ho lavorato alla copertina. Non stavo facendo riferimento a nulla in modo consapevole – né agli Immortal, né al dungeon, né a Internet.
Se poi risuona con l’estetica del nostro tempo o richiama parti della storia del black metal, è bellissimo.
Il tuo album è diventato un fenomeno globale in appena una settimana. Cosa rispondi a chi lo definisce roba da hipster o da poser?
Vi voglio bene.
So che vivi nell’Europa dell’Est. Com’è la situazione politica da quelle parti, dal tuo punto di vista?
La politica non mi interessa affatto. Non seguo le notizie, non guardo contenuti politici. È una scelta che ho fatto. Questo mondo è già pieno di propaganda ovunque, e non ho alcuna intenzione di legarmi a una bomba di cortisolo.
La mia strada è un’altra.
Forse siamo all’inizio della Terza guerra mondiale. Cosa può insegnarci il black metal, da questo punto di vista?
Se davvero siamo all’inizio della Terza guerra mondiale, allora il black metal è da sempre la colonna sonora perfetta.
Riccardo Papacci è co-fondatore e CEO di Droga. Ha scritto un libro (Elettronica Hi-Tech. Introduzione alla musica del futuro) e ne ha in cantiere un altro. Collabora con diverse riviste, tra cui FilmTV, Il Tascabile, Not, Esquire Italia, Noisey, L’Indiscreto, Dude Mag.
