Passerà come ieri.

17/9/26

“Mi trovo in una paralisi di stupore depressivo-alcolico pressoché totale. In questo momento il mondo, l’universo intero, è null’altro se non un dolciastro residuo dell’immagine del mio amore, come in un romanzaccio a puntate da sesta pagina. E così sono io. Incapace di vivere, inabile al vivere, o quantomeno a quel vivere presenzialista, consapevole, autogiustificatorio che caratterizza nei migliori casi l’umana esperienza del XXI secolo.”
Scritte queste parole, si alzò mollemente dal tavolo del monolocale, con la solennità di chi dignifica un certo momento della propria vita sapendo che in qualche modo epico e patetico un giorno verrà rimpianto, poiché la vita ha in serbo ben altro, di intollerabile, deludente, imprevisto, forse rivelatorio. Si avvicinò alla cassa JBL Flip6 e con decisione la spense. Era già accesa. La fetta imburrata. Best of Righeira. Niente discacci consolatori, niente “simile che cura il simile”. Pura decerebrata nostalgia. Dolciastro residuo dell’immagine.
“Sono nato nel 1989. La fine della storia.” La frenesia alcolico-letteraria aveva bisogno di totale, romantica concentrazione. Entrò in quel luogo escheriano che era adibito a bagno e si guardò con compatimento. Non perfettamente flaccido, non perfettamente aitante, un ibrido sconsiderato, un incidente mortale fra coscienza e decine di milioni di anni di evoluzione, nonché un grave caso di incontro fra individuo e società. Fissò la propria faccia, da bambino buono e potenziale foto segnaletica; non provò nulla. Pensò che quegli occhi severi, infantili e profondi gli sembravano un poco stupidi.
“La selezione della specie”. Best of Righeira. La depressione non era una novità, lo era solo esserci ancora. Aveva quindici anni e frequentava il primo anno del liceo linguistico. Si era trasferito in una zona periferica della città con sua madre, non lontano dalla vecchia zona industriale. Di lì a breve quel luogo vicino ma esotico avrebbe rappresentato i suoi primi incontri con la vita adulta; sarebbe diventato il luogo delle prime esperienze lavorative, sociali e alcoliche. Nonché artistiche. Controllò il telefono. Nessuna risposta. Capiva come non mai suo padre. Due ore prima si trovava con lui, bottiglia di Tennent’s fra le gambe, una confessione di affetto che assomiglia a un colloquio fra moribondi. Un vecchio spaventato e un giovane uomo spaventato che parlano un linguaggio segreto. Un linguaggio fatto di film dell’orrore, riflessioni rossobruniste sul proletariato a cui appartenevano, bestemmie, silenzi.

Alzò lo sguardo e vide la copertina del libro che aveva di fronte. Il volto di un ragazzetto imbronciato, con quella che appariva come una tumefazione sul volto. Nulla in quell’immagine faceva presagire alcunché di buono da un libro sull’autosviluppo. Sembrava lo schizzo pieno di rancore e vergogna di un artista talentuoso e totalmente irrisolto, infelice.
Mise mano nuovamente al telefono. Frugando fra fotografie, video, messaggi si sentì sprofondare. Ecco un suo pezzo hyperpop generato con Suno. Più di vent’anni di abuso di chitarre, band, concerti, glorie (piccole) e delusioni (fatali) vengono cancellati dalla sua faccia sorniona, baffuta, coperta da un paio di occhiali techno super-avvolgenti e dalla scanzonata, vacua, perfetta, letale melodia prodotta da Suno su esplicita richiesta del malcapitato. Best of Righeira. Un sintetizzatore trattato con ring modulator lo strappò per un istante dallo stupore suddetto. Gli mancava un passo dall’abbandonare per sempre l’immagine di sé che lo rendeva schiavo della propria vita. In un’epifania drogata e lucida al contempo si accorse di avere perfettamente compreso le cose importanti della vita anzitempo, di essersi scientemente accusato. E aveva ragione.
Il tempo per un istante si fermò. “Per sempre… per sempre…”
L’Età della ragione viene ridendo. Chi rida non è dato sapersi. Sapersi… sapersi.
Se mentire era un’arte, lui era un fallito. Eppure riscuoteva un certo successo.
La perfetta lucidità alcolica gli ricordò come era arrivato a quel momento. Aveva da giorni la sensazione di essere prossimo al collasso totale. Non quello maniacale, superomistico, mostruoso. Quello ottundente, urticante, sordo, rumoroso della fase depressiva. Odiava bere. Eppure nel pomeriggio precedente si era incamminato verso l’autobus diretto al suo paese natio, quella strana terra fatta di sogni e incubi. Scese dall’autobus, compiaciuto di aver fatto squadra con una giovane donna e un gruppo di ragazzi neri per il mancato funzionamento di un’insulsa macchina obliteratrice di biglietti. Voleva bere. Sapeva che l’alternativa era peggiore. Giunto al capolinea scese sicuro con la sua sigaretta di American Spirit rollata con la solita, monolitica, imperitura sicurezza. Era diretto a casa. Quella casa che era sogno e incubo.
Clio, Faces. Si sentiva agli estremi confini di ciò che può essere tollerato da un unico individuo. Si sentiva morto. Eppure camminava, bombardato da ostili ricordi, verso il luogo magico dell’incontro. Un uomo pallido, smilzo, eppur sinistramente ben curato, se ne stava fermo immobile seduto sulla panchina di cemento che guardava all’ingresso posteriore del supermercato. Fissava impassibile il telefono. Entrò.
Un’aria familiare eppure aliena. Lo stava andando a trovare. Una musichetta da ascensore lo travolse, attaccò il registratore. “Ricordi?” Uno dei giorni più felici della sua vita fu quando da bambino, assente da scuola, con i genitori al lavoro, scese la strada della circonvallazione con sua nonna per andare in paese.
Il mondo quel giorno sembrava illuminato da una luce strana, il paese era ospitale come sa essere nei migliori ricordi dell’infanzia. “Ciao caro, tuo padre è lì”.
La guardia del supermercato lo salutò con una stretta di mano e gli comunicò telepaticamente quanto sopra virgolettato. Intravide la figura tozza, sgraziata e a un tempo aggraziata di suo padre girare l’angolo di una corsia indesiderata.
Era lì. L’istinto aveva funzionato in un modo strano. Dopo anni di necessità di divenire sé stesso aveva riscoperto il piacere di diluirsi nella moltitudine, nelle più caotiche radici della coscienza, dei ricordi, degli incubi. “Uelà!? Come mai da queste parti?!” “Se Maometto non va alla montagna, la montagna va da Maometto.”
Fissò la propria figura riflessa nel vetro nero-grigio del fornello.
Quanto tempo sarebbe ancora trascorso? E voci si levavano, grida, risa, pianti, imprecazioni, voci esultanti. Quanto tempo era trascorso? Il senso veniva meno, secondo dopo secondo, ma qualcosa d’altro si ergeva come un monumento.
Un monumento consumato, presto dimenticato, qualcosa di inguardabile nella sua deformità e abbacinante nella sua bellezza. E guardando il volto triste disegnato sulla copertina del libro finalmente… Ecco il volto, ecco il corpo, ecco la volontà:
Sapeva di cane, visioni di morte, e una goccia, una goccia speciale che scandiva i secondi, per sempre. “La nostra età è difficile, ci spiano dentro l’anima. Ma è mio quest’attimo che fa uomini, si muore un po’.”
Passerà come ieri.