Intervista dentro alla Casa del mirto

“Il ricordo è l’unico paradiso dal quale non possiamo venir cacciati”, dice Jean Paul. Evidentemente in musica la cosa è radicata: negli ultimi tempi guardare indietro sembra la prassi, basta aprire Pitchfork. Nell’rnb c’è un ritorno alla techno house anni novanta con utilizzo di macchinari vintage, nella musica leggera si strizza ancora l’occhio al synthpop anni ottanta, la trap si è contaminata con la psichedelia anni settanta, in qualsiasi campo anche “underground”, dopo un momento in cui sembrava tutto accelerazionismo, la tensione  è  di tornare sulle orme di chi precede con taglia e cuci anche aiutate dalla AI. In Italia , inutile dirlo, c’è una tendenza a regredire all’adolescenza o al “già sentito” dello storico cantautorato da classifica, che è  piuttosto curioso. Quindi è impossibile mettersi il passato alle spalle? Sta ristagnando tutto per i corsi e ricorsi classici dei cicli musicali oppure la cosa può essere una salvezza? Ne parliamo con un esperto, la cui poetica – e l’ ultimo album in ordine di tempo che è uscito l’ anno scorso – di rimembranze è piena: Marco Ricci, ovvero Casa del Mirto. Paladino del genere chillwave- glo fi nel 2010 (ricordiamo all’estero i Neon Indian per fare un esempio), in Italia è uno dei pionieri di tale musica caratterizzata da fascinazioni retrofuturiste, ritmi rallentati e suoni affogati in una patina sognante: lo invitiamo subito ad un excursus sulla sua produzione e sul tema del “ricordo”, per fare il punto della situazione.

Allora, come stai innanzitutto? Tutto bene?

 Va bene, sì : però ho dormito solo fino alle tre stanotte. Mi sono svegliato, c’era il diluvio, non riuscivo più a dormire. Mi sono un po’ rincoglionito.

C’era un sacco di pioggia, avevo le finestre semi aperte, quindi c’era un caos in camera pazzesco, ma ero troppo pigro per alzarmi e chiuderla.

Allora visto che mi lanci questa suggestione Hypnagogic della pioggia, che va da se è malinconica, volevo parlare un po’ del tuo progetto musicale, Casa Del Mirto: nasce come qualcosa che inizialmente ha sentori house e poi prende una deriva che in Italia ti rende senza dubbio uno dei pionieri del glo fi, genere che si basa molto sul concetto di ricordo, di nostalgia….

Esattamente, sì.

Il tuo ultimo disco si intitola 1980, che viene non a caso dal precedente 1979

Esatto è un sequel. 

Spiegami quindi la genesi di questo disco e anche di 1979, visto che sono evidentemente correlati da un doppio salto nella memoria.

 Allora, guarda, ti dico, io in realtà arrivo da altri generi. Ho iniziato ascoltando rock, e il gruppo che mi ha fatto proprio dire voglio suonare, voglio fare musica, sono stati i Radiohead. Quindi dentro di me c’era sempre la forma strutturale di una canzone, per così dire. Però ero anche molto attratto dai campionatori, dalle drum machine, e soprattutto dalla house anni 90. Infatti, Casa Del Mirto è nato inizialmente con un disco intitolato Supertrendycoolfashion: si trova su Bandcamp, e ai tempi di MySpace mi ricordo che aveva avuto anche un discreto successo. Forse era stato messo fuori gratuitamente, perché all’epoca non c’era Spotify, quindi era free download. L’ho suonato dal vivo solo due volte quell’album,a Berlino, in un unico weekend. E da lì ho detto: mi piace l’elettronica perché posso suonarla da solo, e non ho bisogno di band che poi si dividono, litigano, si sfasciano. Volevo dare a quel sound un sentore che era quasi un tornare alle origini, però mantenendo l’elettronica.

Quindi sei tornato alla forma canzone.

Sì, forse meno ballabile.. anche se poi ne ho fatte altre ballabili. Però volevo quella forma di canzone che poteva ascoltare, che so, anche mia madre, per dire. E mi piaceva molto arrangiare, anche perché io poi molte cose le ho imparate in studio dai fratelli Paolo e Pietro Micioni (produttori storici di Mike Francis, Gazebo, tra gli altri ndr). Mi hanno insegnato tutto loro.

Quindi qual è l’evoluzione del progetto?

Dopo Supertrendy, che era quello più house, ho fatto un EP chiamato TheEternal, sempre firmato Casa del Mirto. Adesso non mi ricordo quanti, però erano circa 6-7 brani. E mi ricordo che Rockit lo pubblicò, finì sui blog: ho detto ok, questa è la strada giusta, e lì iniziò il lungo percorso per fare 1979, che fu prodotto in cucina. Proprio sul tavolo della cucina, avevo casse e tutto, perché vivevo in una casetta un po’ più piccola, quindi il tavolo era il mio studio. Lì mi sono divertito tanto, perché potevo sperimentare con la mia voce: sono sempre stato molto timido, poi non mi ritengo un cantante, sono anche piuttosto stonato, ecco. Ma riuscivo a esprimere molto bene le emozioni che avevo dentro, cosa che non riuscivo a tirare fuori magari parlando con le persone o facendo altro. 

Hai avuto sempre uno spirito un po’ artistico però. 

Si: ho dipinto, suonato mille strumenti, fatto fotografia, il videomaker, eccetera, eccetera, però con la musica era molto più immediata la cosa. Nel caso avessi qualcosa da dire, iniziavo la mattina a registrare e la sera il pezzo era finito: ed ero contento, mi dava soddisfazione, era una sorta di terapia. Anche se magari 1979 era stato creato in modo un pochino più ingenuo, perché ancora non avevo l’esperienza che poi ho assorbito negli anni: però funzionava, perché era un disco fresco, è un’estasi verso il cielo. Dopodiché, da quel disco in poi, ho iniziato un po’ a fare – e sarò onesto in questo -“l’intellettuale” nella musica: a dire adesso facciamo qualcosa di più profondo. Ho sbagliato un po’ la mira qualche volta, e poi ho detto: non devo dimostrare niente a nessuno. Alla fine ho iniziato a fare musica per me stesso e voglio ritornare a quel punto di partenza che era 1979: e così è nato 1980, con l’esperienza di adesso.

Facendo parte di questa corrente che è particolarmente legata a una visione delle cose che è fra il nostalgico e il recupero del passato, la tua opera è unriconnettersi a un’età dell’oro, mettiamo così, emozionale? 

Esatto. 

Questo nuovo disco che hai fatto è in qualche modo post  – glo? Perché, in effetti, ho notato che ci sono delle cose che rimandano a quel discorso lì, ma anche delle cose che forse lo superano, no? Soprattutto nelle canzoni. Una volta era il ricordo del ricordo (Hauntology e Simon Reynolds docet) in musica: e stavolta è invece il ricordo del ricordo del ricordo? 

Bella questa (ride). Sì, allora,  “Superpasta” è stata la prima canzone che ho fatto, io non la volevo neanche inserire più nell’album, però è quella che più ricorda1979. Finito quel brano lì, ho detto: non voglio ripetere 1979, voglio mantenere gli stessi messaggi, lo stesso mood, la stessa malinconia, però voglio metterci dentro tutte le mie influenze, senza essere troppo calcolatore, facendo quello che mi veniva fuori al momento. Quindi secondo me 1980 è un po’ una sorta di bagaglio dove ci sta dentro tutto quello che ho imparato fino ad ora, si stacca un po’ da 1979 come sonorità, ovviamente, e ho voluto divertirmi: quindi magari può anche capitare che ci siano dei brani diversi tra di loro, però il filo conduttore speroche si senta.

E’ sempre quel mood, insomma.

 Secondo me è un disco che va visto così: cioè nel senso bisogna catturare più l’emozione, il mood, più che stare a sentire che suoni sono stati usati, se quel brano è low beat o down beat. Volevo catturare quel momento in cui ho detto: ricomincio a fare musica, perché erano passati quasi dieci anni dall’ultimo disco, due singoli erano stati fatti durante il lockdown, uno incluso nell’album nuovo,e inoltre quando ragiono a un disco perdo veramente tanto tempo nell’eliminare dal computer i plug-in, i synth che non mi interessano e a trovare il suono giusto. Quando ho il suono giusto, ti giuro, mi metto lì dalla mattina a notte fonda e butto giù una o due idee al giorno, ma perché c’ho voglia di farlo, l’ho fatto proprio divertendomi questo album.

Il filo conduttore è però l’infanzia.

Certo : allora, riallacciandomi alla tua domanda sulla nostalgia, quando io ero piccolo, mi ricordo mio papà in macchina che metteva solo italo disco, e quindi è colpa sua se esiste Casa del Mirto, probabilmente, perché sono partito da quello. Epoi comunque ho passato una bella infanzia, mi sono divertito, ero un bambino comunque molto timido e solitario: facevo costruzioni, cose che non servivano a niente, però aiutavano ad alimentare un po’ la creatività. Quelle erano le sonorità che sentivo, e quindi le ho assorbite, e quindi è stata spontanea la cosa che, insomma, si sente nelle cose che faccio. Poi c’è la malinconia, quella del ricordo del passato: molto spesso, crescendo, ci si dimentica chi si era, i sogni che si avevano, ed è brutta come cosa. Perché si dice che si cresce, si matura, e non si è più bambini: però in realtà non è così, perché molti che hanno ascoltato il mio album si sono un po’ riconnessi con i se stessi di allora, e mi hanno anche ringraziato. E’ stata una cosa carina, e, infatti, il primo brano si intitola “Riconnect”. 

Questo discorso del riconnettersi a un passato nostalgico, per capire anche dove si va, credo che sia una cosa che si riscontra anche nel pop moderno, da un bel po’ di tempo a questa parte: faccio un esempio, i Comacose, oppure, che ne so, Achille Lauro, che adesso addirittura saccheggia il Venditti degli anni novanta spudoratamente. In un campo più elettronico addirittura Donato Dozzy  ha fatto un disco in cui ricorda la zia, i suoi momenti al mare da bambino…quindi, come mai questa cosa, secondo te, è attuale? Perché resiste questa wave? 

Allora, secondo me – perché poi comunque abbiamo nominato persone che hanno una certa età – è ovvio che  ti manca un po’ quel sound che ascoltavi una volta: tra l’altro Dozzy l’ho conosciuto ed è molto in gamba, bravissimo, io gli ho remixato “Parola”, però lui non lo sa, solo Pietro Micioni l’ha sentita, è una versione molto bella tech house. Invece Venditti era compagno di classe di mio padre, quindi…. Secondo me è un po’ un fatto legato alla nostalgia, mentre quelli un pochino più giovani che hai nominato, come Lauro… io ho paura di dire questa cosa, vedi tu, puoi se tenerlo oppure no, però secondo me si è quasi fatto tutto: per pigrizia e paura si tende a restare in ambiti conosciuti. Una volta Ikea aveva cambiato il font che usava per dei brochure, con un carattere che non era riconosciuto, e le venditesono diminuite, e quindi poi ha dovuto tornare, se non sbaglio, al font principale, che è un font comunissimo, tipo, che so, l’elvetica. Quindi è anche un avere pauradi osare, però per quegli altri che hai nominato secondo me è un fatto veramente di malinconia: poi siamo cresciuti con quella musica, e quella musica lì comunque ci dava delle emozioni vere. Adesso non lo so, io non seguo più tanto il panorama né italiano né estero, non seguo tanto le novità, salvo veramente pochi artisti, poche persone. Se devo ascoltare musica, prendo i miei vinili, ascolto quelli: forse sono invecchiato. 

Però scusa, tu sei per esempio più famoso all’estero che in Italia, quindi tu riscontri la stessa cosa anche all’estero? Riscontri che per molti artisti il presente in qualche modo diventa un problema, quindi per cercare di ricostruirlo in maniera positiva, ci si riallaccia alla propria vita che fu? 

Certo: se tu guardi anche i gruppi, come che ne so, i Factory Floor, loro fanno tutto con synth analogici. C’è quel gruppo di artisti un poco più underground, anche se sono conosciuti, che non vogliono seguire le regole della musica di adesso: anzi si appassionano agli strumenti che magari suonavano i loro genitori, per dire, e fanno delle produzioni che sono fighissime, che però potevano uscire tranquillamente anche all’epoca. Solo che magari può essere anche un trend: Factory Floor a me piacciono tantissimo per dire.

Ma cosa c’è di nuovo alla fine? Forse questa domanda è un po’ ignorante..

SI, perché alla fine se un gruppo ti riesce a dare qualcosa, se ti piace, chi se ne frega se è materiale che poteva essere tranquillamente uscito trent’ anni fa o adesso. poi ovvio ci sono anche le mode nella musica, qualunque altra cosa, io non ragiono tanto in questo senso, non ci perdo la testa: perché se voglio fare un disco lo faccio, e come viene viene. Non penso: sono vecchio, eccetera. Forse è successo solo quando per esempio nell’album ho usato un clone di un synth che usava Badalamenti in Twin Peaks, il DX7 che io amo: e l’ho messo soprattutto nella traccia cantata da Angelica Schiatti, che è ospite nel mio disco. Tra l’altro preso dall’euforia ho campionato proprio i rumori dell’auto, perché inizia con una macchina che parte e poi c’è n’è un’altra a metà brano mi pare, e li ho campionati da Twin Peaks. E poi mi ricordo che mi sono messo a piangere, perché ho scoperto che mentre componevo la traccia Lynch non era più tra noi.

Poi comunque, in qualche modo, è ovvio che poi ognuno porta in sé l’originalità, a meno che non sia un trend, come dici tu. però quelli che lo fanno con uno spirito genuino, vanno a ricostruire una cosa che poi magarihanno vissuto fino a un certo punto. E’ come se ti fossi fatto un’idea: Il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come siano state veramente”, per dirla alla Proust.

Sì, esatto ti fai un’idea. E tra l’altro effettivamente io ho un ricordo vago dell’italodisco: cioè io ho una mia piccola cultura nell’italodisco, però molte volte quando magari compongo qualcosa che somiglia un po’ a quel genere lì , ho un’idea dell’italodisco che però è la mia idea. E quindi, come dicevi tu prima, è il ricordo, poi diventa il ricordo del ricordo eccetera eccetera, e quindi tutto si trasforma, è come un passaparola con cento persone. La centesima persona sente una parola diversa dalla prima, ci sono vari passaggi: però a me piace proprio questo concetto. Anche se è falso, anche se è un falso ricordo. Come anche nella grafica sono molto attratto da stili grafici che si chiamano per esempio Dreamcor, e poi adesso c’è il Frutiger: ti ricordi Windows con lo screensaver, col paesaggio verde, azzurro, tutte le pubblicità con quei colori là? Ecco, è tutto un ricordo, magari falso ma bello: è bello volersi sentire parte di qualcosa che c’è stato, anche se magari non è mai successo veramente.

Sì, probabilmente questo è il discorso: mi viene in mente anche Onetrix Point Never quando ha fatto Magic, disco concept sulle radio FM appunto degli anni Ottanta/ novanta. L’atmosfera di quando sali in macchina e ti senti le radio mentre viaggi per gli Usa, è un trip che deriva dalla sua infanzia pure lì,e questo vi accomuna.

Per me bellissimo quel disco. Ma poi c’è stato questo boom del ricordo penso verso il 2010 o giusto poco prima forse: tutti questi dischi bellissimi io li ho adorati proprio tutti.  Adesso un po’ meno, devo dire.  

Io facevo parte dei Cadeo, avevamo tutto il nostro immaginario su Canale 5,Palazzo dei Cigni… e quindi conosco bene la situazione. Ma adesso in cui le intelligenze artificiali si prendono la scena mescolando cose preesistenti per fare musica inedita, non è che forse loro usano la mente umana come fosse una radioricordi musicali che ci passano nella testa creano una certa wave e non viceversa.

 Sicuramente sì, nel mio caso è così sicuro posso confermarlo. 

Adesso paradossalmente si delega tutto alla macchina quando una volta era l’uomo che registrava cassette skippando da stazione radio a stazione radioChe rapporto hai con la macchina? 

Io? allora io sono non sono un grande informatico anzi quello è mio fratello, un grandissimo nerd: però io sono veramente attratto dalla tecnologia anche dall’AI, perché io l’AI ho iniziato a studiarla da quando se ne è iniziata a parlare. In realtà la studiavano già negli anni 70, però da quando è diventata pubblica io mi sono appassionato tantissimo all’AI continuo a monitorare tutte le notizie che hanno a che fare con l’intelligenza artificiale. Avevo anche creato un profilo di una modella virtuale, quando ancora le immagini erano difficili da fare. E ha avuto un discretosuccesso, c’era gente che anche se scrivevo gigantesco sulla bio di Instagram “èvirtuale”, questi si innamoravano e scrivevano in privato.

Even better than the real thing, per parafrasare gli U2…

Sì, ci ho fatto un sacco di cose io con l’AI: proprio tante, sono appassionato.

 Quindi anche musicalmente ci fai delle cose? 

Musicalmente l’ho usata per fare una doppia voce mia in un brano nel nuovo disco, perché mi sono clonato: e siccome io non arrivavo alle note quelle più alte, l’ho fatta suonare dall’AI. Ci sono adesso molti dischi su Spotify fatti interamente con l’AI, con siti come Suno  o Udio, lo senti che sono fatti con l’AI. Se tu lo usi come un mezzo che ti può dare una mano a chiudere una cosa ci sta,però io vedo molta gente – perché seguo tanto Reddit music making – che si credono musicisti e produttori semplicemente perché scrivono il prompt, e non è difficile da fare neanche quello, ti dico la verità: premono enter e hanno il brano finito dopo pochi secondi, e poi lo caricano su Spotify. Che adesso però so che stainiziando un attimo a bannare tutti i dischi fatti con l’AI, per fortuna.

 Eh beh certo altrimenti altro che il ricordo del ricordo… non parte neanche il presente!

 Guarda, io ti dico una cosa: io sono un grafico di lavoro, ed io lavoravo anche molto bene. Ma sono stato spazzato via dall’AI: quando io magari per un logo ti chiedevo milleseicento euro, adesso te lo fai con GPT e te lo fai in pochi secondi gratis. 

Eh cacchio è chiaro però non sempre fai qualcosa di decente. io penso che la maggior parte delle cose che ho visto fatte con l’AI non mi hanno mai entusiasmato più di tanto.

 Ma hai visto i video che fa adesso? Io ti giuro che io sono dentro le AI, seguo la cosa ogni giorno: adesso i video veri da quelli fatti con le AI non lì distinguo più.

Sì forse sul video è già diverso, perché tu in qualche modo puoi materializzare delle cose incredibili: forse ti aiuta a  bypassare la fase produttiva, che richiederebbe un discorso economico altrimenti dispendiossissimo. Non è esattamente come la musica, che magari ha dei margini un po’ più possibilisti: però è vero che è difficile capire.

 Nella musica dicono che il database che usano queste AI è composto da brani originali esistenti, e certi lamentano un problema di copyright. Però quante volte pure io ho sentito un brano e ho detto “voglio rendergli omaggio” che è un modo più dolce per dire “lo voglio copiare”? Quante volte l’ho fatto? E quante volte, per esempio, anche i Chemical Brothers hanno campionato roba a destra e a manca? Però lì si sono sbattuti comunque, con i Synth e il campionatore, la cosa è difficile… ecco, forse nei video io sono un po’ più rigido perché mi piace fare film, cortometraggi cose del genere, e ho una una collezione di telecamere che uso che sono tutte vintage, per tornare alla storia della malinconia: tutte mini DV o VHS. Per esempio il 4k super mega HD di Netflix mi fa cagare: è proprio un’altra definizione, quando poi ci sono anche gli horror che nelle scene di ombra vedi tutto quando nei vecchi film invece vedevi il buio, non ti dico…

 Certoil HD ha cambiato tutto,ma poi la cosa bella è che se c’è un brufolo si vede tipo cratere della luna. 

E’ vero: quando guardavo i film una volta dicevo ma che cazzo sta succedendo in questa scena? Non si capisce niente! non si vede bene.. però è un mistero capito?

 Senza trucco e senza inganno, io penso che questo album che hai fatto tu sia molto ambizioso, perché mi ricorda certe opere che potrebbero essere tipo alla Brian Wilsonnon voglio scomodare il maestro, però come approccio ci vedo il tentativo di fare una cosa proprio tipo Smile ..

 Sì, ti dico non è che ragiono tanto sulla musica mentre la faccio:  io solitamente parto da un suono di synth o dal beat ma ora il 70% delle volte parto dal beat, dal ritmo, in base al mio umore. Ascoltando un beat sai già come sto: e non penso tanto all’influenza in quel momento là. Poi però magari, parlando di campionamenti, dico: però sai che qua ci starebbe bene quel rullante che ho sentito in quel disco? Oppure quella chitarrina funk che hanno usato i Phoenix? Lavado cercando, gliela fotto la cambio un po’ e diventa mia (ride) . E’ musica elettronica, è così, è divertente anche quello: ci sono molte persone quando vedono quei video di Youtube che svelano tutti i campioni dei Daft Punk, oppure tutti i campioni dei Chemical Brothers che dicono: allora che musicisti sono? Io vi sfido ad ascoltare un sacco di dischi, a campionarli e a fare brani che funzionino: è difficile perché è come fare un puzzle perfetto. Poi Fatboy Slim per esempio all’epoca era imbattibile.. adesso non so più se fa qualcosa o suona e basta.

Il nostro cofondatore e CEO intervista un amico nostalgico, proprio come noi. Un hypnagogico della prima ora. Un'intervista dentro alla Casa del mirto.

  Ma dopo 1980 il terzo step quindi ci sarà sicuramente no? C’è aria di trilogia…

Beh facciamo anche il 1981! Oppure la mia data di morte (ride). Forse sì, Ma ci metterò altri vent’anni vedrai: di solito funziona così, sono tutto euforico, contento di fare musica poi c’ho i miei amici che mi dicono smetti di fare film, smetti di fare questo e quest’altro, continua con la musica, fai un altro disco. E più me lo dicono più non lo faccio. Poi passa un altro anno e dico: ho voglia di fare un disco, perché nessuno mi sta più rompendo i coglioni sulla cosa, deve passare un po’ di tempo. Poi ci metto veramente molta energia quando faccio un album, non esco più di casa, non vedo più gli amici. Ci sono tre persone cui invio i demo delle cose che faccio per avere pareri che poi magari neanche ascolto (ride). Però ci metto veramente il cuore, ci tengo tantissimo, diventa la cosa più importante del mondo per me. Poi il disco esce, magari passa in sordina e allora ci vado sotto male, mi scoraggio nuovamente.

Magari il prossimo disco potresti chiamarlo 2005 considerato che quest’anno casa del mirto compie gli anni .

Eh sì ma calcola che il disco nuovo me l’ ero già scordato, me lo sono dovuto riascoltare perché mi dovevi chiamare tu! (ride). Intanto sto scrivendo un film che girerò a ottobre, il primo di agosto è uscito un libro che ho scritto però ho usato un nickname, non voglio che casa del mirto venga associato a questo perché sono proprio gli opposti di una medaglia. Uno è malinconico, dolce e l’altro è invece horror e disturbante.

Quindi hai rimosso dalla tua mente il disco nuovo. Per cui anche tu tendi a dimenticare più che ricordare. Forse è da questo paradosso che nasce la tua musica.

Ah io dimentico tutto! Ti dico una cosa per esempio, scrivila: che io ho una memoria talmente presto che per questo live , mentre ricordo in modo meccanico i testi dei brani vecchi, quest’ultimo mi mette in difficoltà perché ho scritto anche più parole rispetto al passato. E io uso i monitor auricolari sul palco e – fa ridere sta cosa – mi sono dovuto mettere una vocina che mi anticipa le frasi all’orecchio. Te lo giuro, perché sono rincoglionito.

Praticamente come Ambra di Non è la Rai, per tornare ad un ricordo del passato: sei il Boncompagni di te stesso.

Si: aggiungerei anche una voce che dice “dai sei a metà del live dai che ce la fai , vecchio di merda”: e una alla fine che dice “sei arrivato alla fine del live, e hai fatto schifo” (ride)

Intervista pubblicata per gentile concessione di Snaporaz



Demented Burrocacao è co-fondatore e CEO di Droga. Conduce Italian Folgorati per Vice, ha pubblicato, tra gli altri, l’album psichedelico Shell a nome Trapcoustic. Tra i suoi libri, Si trasforma in un razzo missile, uscito per Rizzoli Lizard e Italian futuribili, uscito per minimum fax.