Mala tempora currunt per la cultura musicale in Italia: l’appiattimento generale vira verso il consumo becero, la pecunia, la normalizzazione. Le proposte nuove ovviamente ne risentono: vecchie glorie di quella che doveva essere l’ “alternativa” italiana ora siedono soddisfatte sulle poltrone di giurati di talent show o si riciclano con reunion che rievocano fasti oramai lontani, il narcisismo e l’arrivismo da “sold out” a tutti i costi dirigono l’orchestra di un tracollo che oscura sempre di più chi nell’underground combatte da sempre una lotta impari. Ed è proprio per capire qualcosa sui fragili equilibri dell’oggi attraversando lo ieri che abbiamo intervistato un caposaldo della musica “altra” in Italia: Umberto Palazzo. Personaggio che dopo essere stato un pioniere del post punk e del neosixties peninsulare ha fondato i Massimo Volume e I Santo Niente: neocantautore, agitatore culturale, gestore del mitico Wake Up di Pescara, ideologo di un’attitudine alla vita e all’arte che non fa sconti neppure a sé stessi. A un anno dall’anniversario d’ uscita del primo disco dei Santo Niente, il nostro è tornato con un singolo estivo ( “Siamo venuti a vedere il mare” feat. Setak, e “Ozio” una cover dei Wolfango) per un illuminante scambio di battute con il Nostro, che tosto andiamo a presentarvi.
Ciao Umberto: questa intervista vuole parlare un po’ a 360 gradi di varie cose, però è necessario aprire le danze con un anniversario importante, no? Che c’è stato l’ anno scorso. E tu sai qual è, immagino…
Vabbè, penso di saperlo ( ride)

Cioè, l’uscita del primo disco del Santo Niente, La vita è facile. Quindi, siccome è tempo di tante band italiane dei novanta che ritornano sul palco in modalità revival, volevo chiederti: questo disco, all’interno di tutto il discorso della musica indipendente di quegli anni, ha un suo perché ben preciso secondo te? Per me è un disco comunque di rottura rispetto a tutto quello che c’era all’ epoca, anche se c’è un filo conduttore che lo lega al suo contemporaneo. Com’era quel periodo storico? Insomma, mi racconti un po’ la gestazione del disco?
Adesso è abbastanza scontato che quella fosse la musica di quel periodo, che ha caratterizzato quel periodo, insieme probabilmente al movimento delle Posse, che forse è stato ancora più rilevante: però in quel frangente non era neanche chiaro a tutti che quello fosse il rock di quel momento, perché era ancora molto diffusa un’ idea anni Ottanta di rock: cioè i Litfiba erano sicuramente il gruppo più popolare del rock italiano, coi Timoria e Ligabue se vogliamo considerarlo rock. Quindi, cose come Massimo Volume da cui provengo, il lavoro del Consorzio Suonatori Indipendenti si sono riagganciati sicuramente alla tradizione dei CCCP, al punk, al post-punk, contaminandolo con suoni alternative americani stile etichetta SST , che in italia erano di nessunissima fortuna.
No? Davvero? Io le ascoltavo eccome.
Abbiamo costruito una nostra piccola scena intorno alle cose dell’ alternative americano e alternative italiano che ci piacevano. Noi sapevamo di essere sull’onda giusta, nel momento giusto, ma non era scontato per chi ascoltava rock in Italia: siamo partiti in una situazione estremamente minoritaria e poi siamo stati travolti dal boom dei Nirvana che hanno conquistato il mondo. Ma prima, e anche immediatamente, insieme all’esistenza dei Nirvana, l’Italia stava indietro: non è che ci abbiano accolto come “wow, finalmente il nuovo rock italiano!”. Piano piano questa cosa si è solidificata, ed oggi è chiaro che è stata molto amata. Ma io non ero affatto certo che dopo anni la gente si sarebbe ricordata delle canzoni che facevamo in quel periodo. Io scrivevo per essere ricordato, ma non ne avevo la minima certezza, e questo è il successo che volevo e che ho avuto: essere ancora qui dopo trent’anni e scoprire che c’è ancora chi ascolta le mie canzoni e che gli piacciono.

Hai detto che siete stati travolti dal grunge, però in effetti tu anche prima di quella tendenza avevi intuito qualcosa : è chiaro che poi dopo c’è stato un cambiamento generale… neanche i Nirvana all’ inizio facevano “grunge”, ma sludge pop. E tu ad ogni modo vieni da lontano, dal 1981, dagli Aut Aut, poi in seguito eri con gli Allison Run che erano il nome di punta del neosixties italiano..
Si, lì suonavo post-punk e ovviamente anche in quel momento il post-punk nel 1981-1985 non era per niente scontato in Italia: diciamo che il rock erano i Deep Purple, nel 1980, in Italia. Nel mondo succedevano altre cose, ma venendo nel discorso di massa più o meno nei primi anni ottanta il rockettaro medio di qui ascoltava i Doors, i Deep Purple, manco tanto i Rolling Stones che sono più popolari adesso di quanto non lo siano mai stati prima in Italia, non credo che siano mai entrati al primo posto da noi. Comunque sì, fare una certa scelta pre Massimo Volume comunque anche per me ha voluto dire rompere con una tradizione che oramai si era solidificata: insomma il post-punk era oramai ben voluto all’alba degli anni novanta, il neosixties era molto amato alla fine degli anni ottanta, e per fare quello che ho fatto poi mi sono dovuto mettere in rotta di collisione con quello che era stato il mio pubblico, il mio ambiente, perché consideravo esaurite quelle esperienze e pensavo che fosse il momento di fare altro.
Beh , sei stato coraggioso
Eh, ovviamente quando ti metti in questa posizione stai sul cazzo a tutti, diciamo come stanno le cose: perché tutti preferirebbero continuare a fare quello che hanno sempre fatto. A un certo punto, verso la fine degli anni novanta, ero assolutamente insoddisfatto del post-punk : anzi del posticcio-punk che c’era in quel momento, del garage-punk, del neosixties, roba che mi piace per carità, non lo ho ripudiato, ma non mi sembrava che fosse più il caso di continuare, non pensavo che ci si potesse esprimere creativamente in quell’ambito e che ci fosse ancora qualcosa da dire. Nel frattempo mi ero appassionato di questa etichetta americana che si chiama appunto SST, che nomino ogni volta sperando che qualche ragazzo che per sbaglio becca una mia intervista si vada a ripescare tutto il materiale dei Black Flag e dei primi Sonic Youth o dei Dinosaur Jr, o degli Husker Du per mettere a fuoco esattamente da dove veniva quella roba lì prima che esplodesse. Io so che è una cosa che ha macerato per tutti gli anni 80, conseguentemente anche all’ hardcore e al post-punk c’è stato un filo preciso fra il punk e i Nirvana, il punk e il grunge, il punk e l’ alternative: cosa che sfugge a molti, perché spesso il grunge viene visto soltanto come una derivazione del rock degli Zeppelin. Si vede più l’aspetto che so… dei Soundgarden, legato al classic rock: che mi piace ma mi interessa molto meno. La parte rumorosa, il noise, i Black Flag, l’hardcore dei Fugazi, gli Husker Du, più tutta la parte sperimentale dei Sonic Youth, quello invece mi interessa.
Però poi dopo quando fondi i Massimo Volume in qualche modo trovi una quadra perché poi alla fine quella cosa diventa un fenomeno che va anche oltre i punti di riferimento iniziali stranieri, quindi è molto interessante: lo so che poi è stata anche una storia un po’ traumatica – tra virgolette – per te, come tutte le cose a cui uno tiene, però è stata una pietra filosofale, anche quel gruppo è stato fondamentale.
Sì, sicuramente più importante del Santo Niente: storicamente questo non si può negare, anche perché siamo arrivati con i Massimo Volume in un momento in cui non c’era praticamente nulla. Infatti è il motivo per cui il demo dei Massimo Volume fece scalpore, era un momento in cui non erano operativi neanche i CSI, c’era una fase di passaggio tra i CCCP e i CSI, in quel momento non esistevano ancora i CSI e i CCCP non esistevano più, anche se in quel periodo credo che abbiano fatto un concerto, al teatro di Reggio, al quale siamo andati tutti quanti noi Massimo Volume. Eravamo in piena era Litfiba, post Simple Minds: nessuno se lo ricorda ma i Simple Minds in Italia erano stati enormi, ovunque era pieno di band che suonavano i Simple Minds con tastiere molto invadenti e cantanti molto lirici e carismatici. Noi siamo arrivati dall’oscurità invisibile, e pam, abbiamo detto: le cose si potrebbero anche fare così, magari è più interessante, si potrebbe provare un approccio più abrasivo a livello musicale, si potrebbe dire qualcosa nei testi per esempio, non sarebbe una cattiva idea visto che il rap lo sta facendo così bene, vogliamo dare un significato anche al rock.

E quindi però questa esperienza che è partita in un certo modo poi ti ha portato a creare il Santo Niente, anche per una questione proprio di… attriti. Alla fine, insomma, non dico che ti hanno cacciato…
No, no, mi hanno proprio cacciato invece! (ride) Sono stati tre anni di lavoro, però forte: nel senso che la baracca l’ho portata avanti quanto gli altri, se non più degli altri, ma alla fine devo ammettere che artisticamente la loro scelta è stata corretta. Il discorso si capiva molto meglio se a cantare era uno solo e se si parlava è basta, invece che parlare e cantare… il discorso diventa più semplice, più chiaro, l’idea poetica più individuabile, il riferimento musicale meno ondivago…
Tu però ragioni diversamente.
In ogni lavoro io tendo invece, ovviamente, ad essere eclettico e quindi vado sempre un po’ in tutte le direzioni, quindi sono quel tipo di musicista che non può fare a meno di continuare a esplorare. Ma si sa che funzionano meglio quelli che si focalizzano su un’idea e la perfezionano fino alle estreme conseguenze. Dal punto di vista artistico, alla fine hanno fatto bene: se sono per l’arte le devi fare queste scelte dolorose, devi passare sopra le persone. Anche quello è un gesto artistico, anche cacciare una persona da un gruppo fa parte dell’arte, fa parte di quello che succede nell’economia dei gruppi e ora che sono maturo lo capisco molto meglio.
Però chiaramente questa cosa ti ha fatto scattare la molla per fondare il Santo Niente e per il disco di debutto, che comunque forse supera la precedente esperienza.
Ma in realtà in quel disco c’è un sacco di roba che avevo già proposto ai Massimo Volume, poi ha preso un’altra piega perché scrivo cose diverse: ho fatto spoken word, poi non mi sarei mai aspettato di scrivere, sono rimasto come unico chitarrista quindi ho dovuto cambiare l’approccio allo strumento, ho giocato con altri due musicisti – Fabio Petrelli e Cristiano Marcelli – che avevano i loro lampi di genio e ho sfruttato tali intuizioni per costruirci sopra delle mie cose, insomma ho fatto di necessità virtù. Mentre con i Massimo Volume c’era un’idea, qui non c’è niente, questo campo è completamente vuoto; prendiamo questa direzione e andiamo in questa direzione e lì sei veramente nello stato di grazia quando ti capita di avere un’idea, quando vedi uno spazio vuoto che nessuno incredibilmente sta occupando, e quella era l’idea che avevamo avuto nei Massimo Volume. Purtroppo quando mi sono trovato a fare il Santo Niente il campo oramai era occupato dalla mia idea precedente (ride) e quindi l’idea era la stessa perché era anche mia. Quindi ho potuto lavorare solo sul songwriting perché non avevo voglia di fare altro, perchè quello era il mio mondo, il mio sound, ed è così tutt’ora.
In conseguenza di questo però hai tirato fuori una specie di cantautorato noise più dinamico, mentre i Massimo Volume forse si sono impantanati in una reiterazione della stessa formula che li ha resi monotoni. Anche loro a una certa hanno tentato la via del cantato…
Era quello che gli dicevo io, però forse l’ho detto troppo presto: l’ho un po’ predetto, perchè il mio discorso era “non possiamo sempre fare spoken word, sennò dopo un po’ ci rompiamo il cazzo”. Ho sbagliato nel prevedere quando sarebbe successo. In realtà forse non è mai successo, solo una parte del pubblico si è scocciata di queste cose ovviamente: ma è tutto sempre molto a scalare, prima c’è la novità poi si va avanti. Diciamo che comunque la qualità che offrono loro è sempre alta, però diventa sempre meno interessante perché si sa che non ci saranno sorprese, non ci possono essere.
Oppure ci saranno minime cose.
E’ un po’ come i Ramones insomma… (ride)
Ma nel periodo del primo dei Santo Niente come era la scena underground italiana? Come erano i rapporti tra le persone? Che cosa si respirava ? Com’era fra di voi? C’era un legame? Rispetto?
Molti fra di noi ci conoscevano già, perché stranamente un bel po’ di noi avevamo già militato negli stessi ambienti, soprattutto per esempio nella label Vox Pop. Nella Vox Pop c’ero stato io con gli Allison Run di Amerigo Verardi, Giò dei La Crus era nella Vox Pop con i Carnival of Fools, c’erano i Casino Royale, c’erano gli Afterhours, c’erano mi sembra anche i Ritmo Tribale più o meno, c’eravamo già tutti conosciuti qualche anno prima e c’erano cose completamente diverse. Fu il momento in cui il rock italiano più interessante era totalmente in inglese, intorno a questa etichetta: e molti altri venivano anche dalla scena sixties. I Marlene Kuntz invece erano una identità completamente a parte, e poi li ho conosciuti quando sono andato nel Consorzio, e siamo sempre rimasti amici: tutt’ora siamo legatissimi, c’è un rapporto di amicizia bello che non si è mai interrotto, quando loro sono in zona c’è sempre l’opportunità di incontrarci, cenare insieme, anche di uscire.
Sei stato anche negli Usa, giusto?
Ci sono stato un paio di mesi, in realtà ero andato per rimanerci, ma non mi è piaciuto più tanto: era un’America bella nel novantatre, sono stato bene, però è stato un bel posto solo perché ero in America in vacanza, senza preoccupazioni. Però parlavo con la gente e lo stile di vita non mi piace per niente, zero. Era un bel posto dove andare in quegli anni lì, negli anni alternative. Poi ci sono tornato anche nel 2000 e già lì faceva schifo.
Ma quindi che ne pensi delle sparate di Manuel Agnelli? Roba tipo che l’underground italiano era un “mondo di sfigati”, questa cosa che l’ambiente “fa cagare”… ha fatto un po’ di discorsi strani negli ultimi anni, quindi mi chiedevo, visto che tu vivevi quel mondo direttamente, ma sarà vera questa cosa?
Beh… Se sei antipatico, alla gente normalmente stai sul cazzo: poi quello probabilmente condiziona il tuo punto di vista (ride). Io mi sono trovato bene, mi trovo bene anche con lui, mi sono divertito da pazzi per esempio con Morgan, ho passato serate con Morgan, che sono tra le più divertenti della mia vita, prima però che lui “diventasse” Morgan…
C’è stato molto logorio, certo, ma la maggior parte delle mie esperienze con i musicisti italiani sono assolutamente positive, anche quando sono uscito dal giro, ho gestito un locale per nove anni, ho fatto un centinaio di concerti e sono passati più o meno tutti quegli act che mi potevo permettere, Zen Circus, Brunori, Marta Sui Tubi, Amari, Offlaga Disco Pax. La maggior parte dei ragazzi che ho conosciuto, sono più o meno fantastici.
Poi sei diventato anche DJ e ti sei specializzato nel cantautorato…
Ma guarda, la seconda volta che ho ripreso il Santo Niente mi sono dedicato molto al lavoro; come lavoro mi sono dato all’organizzazione e alla gestione dei locali, la mia occupazione principale è stata gestire questo locale, il Wake Up, per una decina d’anni, cosa che mi portava via tutto il tempo. Nel frattempo ho fatto un altro paio di dischi del Santo Niente, con varie formazioni che si sono sciolte, ci sono quei due dischi che si chiamano Il fiore dell’agave e Mare tranquillitatis, che comunque sono dei dischi degni dei primi due, anche se molto meno ascoltati. E quindi fare il DJ era funzionale a sopravvivere, mi occupo anche di musica elettronica, ho studiato alla Berklee, ho insegnato musica elettronica e tutto il resto – ma per me l’ideale è sempre la band, suonare con la band : poi dopo aver fatto un disco solista e inciso Mare tranquillitatis avevo deciso vabbé basta, anche perché la situazione lavorativa stava andando molto bene. Poi è arrivata la pandemia.

Eh cavolo… un disastro.
E sono successe cose: dopo la pandemia ci sono stati morti nell’ambiente familiare vicino a me, ho avuto un infarto, ho perso tutto quello che avevo guadagnato nei vent’anni di lavoro prima della pandemia, perché il mio ambiente di lavoro è scomparso completamente. L’infarto, la morte di persone a me care mi ha fatto cambiare completamente la prospettiva e dalla promessa di non suonare mai più, mi sono detto: ma cosa mi importa nella vita ? suonare, cantare, scrivere canzoni: faccio questo, poi vediamo. I soldi li faremo in qualche modo, e quindi già durante la pandemia ho iniziato a scrivere canzoni come cantautore, partendo da un approccio completamente autoprodotto. Poi piano piano ho fatto un disco che si chiama L’Eden dei lunatici poi un altro che si chiama Belvedere orientale, che sto ancora portando in giro come cantautore perché comunque girare da solo mi ha permesso di fare 100 concerti, cosa che con la band non avrei mai fatto. Fare 100 concerti, superare i 100 concerti fatti, a chiunque cambierebbe la vita e l’approccio alla musica; adesso non posso fare a meno di andare sul palco quanto più frequentemente possibile. Poi alla fine, ma sai cosa…
Dimmi pure.
Mi sono detto: sono trent’anni che abbiamo fatto La vita è facile, quasi quasi vedo un po’ se interessa a qualcuno. Interessava, e quindi è ripartito anche il Santo Niente. Spero di trovare tempo per registrare i dischi che ho già scritto, sia come cantautore che come Santo Niente, però nel frattempo ho cambiato lavoro; il lavoro va bene, sono direttore di produzione per un ente ministeriale, organizzo 200 concerti all’anno. Quindi sono abbastanza pieno di lavoro e continuo a fare parecchi dj set che non cerco, ma comunque mi sono fatto un nome e anche un certo, diciamo, cachet. Quindi mi conviene continuare a farli.
Poi tra l’altro questa cosa implica che in qualche modo sei rimasto un paladino del DIY e in qualche modo sei anche un papà dell’indie che poi è venuto dopo, dell’ it pop forse, anche se in maniera sicuramente più, non dico radicale, però dai sì… diciamolo pure.
Non credo proprio che sappiano chi sono in quell’ambito…
Eh, non lo so, forse fanno finta.
Non penso, però per dire Dario Brunori è un mio amico, mi conosce, anzi è un carissimo amico, ma sono completamente ignoto al pubblico dell’ it pop.
Ma io non mi riferisco al pubblico, mi riferisco a chi suona ovviamente. Ci ricadi di riflesso.
No, no, vabbè sì, a parte che sono venuti tutti a suonare da me, a parte che sono molto amico di Luca Romagnoli e del Management, di Brunori, dei Zen Circus, ecc… sono tutte persone che mi sono care, anche se appartengono a generazioni parecchio successive; ma al pubblico loro non ci riesco a arrivare in nessun modo, parlo proprio un altro linguaggio, un linguaggio che per i fan dell’ it pop è assolutamente incomprensibile. Anche perché l’ it pop nasce come reazione e contestazione dell’alternative, l’it pop è un movimento soft, che ha contestato il nostro essere hard sia come tematiche che come approccio musicale; quindi questa cosa rimarrà per sempre, il fatto che siamo in antitesi.
Senti, ma invece parlando del presente, tu come la vedi adesso, visto che comunque sei uno che lavora nel settore, il discorso che si sta sviluppando nella questione indipendente, guardando ai giovani soprattutto?
Beh abbiamo un problema politico, abbiamo un problema di propaganda enorme; prima che un problema industriale, un problema sociale. Essendoci un governo di estrema destra, come tutti i governi di estrema destra non gli piace che ci siano degli spazi terzi rispetto a quello che loro dicono: l’autoritarismo e la propaganda non possono tollerare che gli artisti si sviluppino autonomamente al di fuori delle loro direttive. Non perché siano immediatamente pericolosi, ma perché nel brodo di cultura degli artisti possono nascere delle figure che possono diventare popolari quanto loro o più di loro, come può essere un cantautore storico. Un De Andrè, un Guccini che ci ha recentemente lasciato, un De Gregori sarà per sempre più popolare di un Salvini: Salvini sparirà, De Gregori rimarrà. Questi politici sono cialtroni, persone di spettacolo, manipolatori delle masse.
Sono fondamentalmente dei bugiardi.
Certo, e non possono tollerare che ci siano altri personaggi popolari che gli rubano la scena con un discorso di qualità migliore. Quindi colpiscono alla base chiudendo tutti gli spazi: io vivo in una città che è una città modello dell’ estrema destra, Pescara è un modellino per la Lega al sud e per FDI. E qui hanno sterminato qualsiasi cosa buona rimpiazzandola con cose orribili: definiscono la musica fatta da artisti di base “cicchetti” e “concertini da retrobottega”: quindi li proibiscono, non danno permessi in deroga, fanno in modo che non ci sia nulla. Non è che non ti aiutano, ti impediscono di fare le cose proprio come era negli anni Ottanta. Ora questa cosa qui a Pescara la vedo con grande anticipo perché siamo vicino Roma , qua vengono a fare gli esperimenti… e poi sono tutti romani praticamente, abbiamo al governo il Fronte Della Gioventù con cui sono andato a scuola negli anni Ottanta e so benissimo come la pensano perché ci litigavo al liceo. E qui stanno applicando le loro schifose teorie che mi ripugnavano già decenni fa. E questo è il problema principale: quando abbiamo iniziato negli anni Ottanta non c’era niente, non si usciva la sera, non c’erano locali rock. Il più famoso locale rock italiano – il Rolling Stone, a Milano – era gestito da un informatore della polizia, Rovelli. Cosa che ho scoperto da poco perché a Milano facevano fare i concerti rock così controllavano la situazione, storia pazzesca. Costui era anche manager di tanti cantanti pop italiani.
Una cosa molto comune putroppo… anche Gianni Sassi era stato messo sotto accusa da Stampa Alternativa per ipotizzate frequentazioni con poteri democristiani, il Piper Club era di proprietà di Crocetta che aveva un passato nella X Mas…
Sì, ma questo era proprio informatore dei servizi segreti, per farti capire che roba pesante… altro che DC. Cioè, io sono appassionato di trame nere, strategie della tensione e a un certo punto mentre mi ascolto un sacco di processi a personaggi incredibili e a un certo punto becco questo tipo che è una roba da pazzi… comunque tornando a noi: piano piano abbiamo conquistato la notte e gli spazi dove c’era solo roba per vip . Lo abbiamo fatto prima coi centri sociali, poi con i centri sociali occupati, e poi adesso è finito tutto di nuovo. Un po’ perché l’ indie “finto” ha approfittato di quegli spazi per andare a Sanremo, facendosi cannibalizzare dopo aver distrutto gli spazi alternativi che oramai alternativi non erano più. Ora è tutto basato su Spotify, su finti like, su un sistema fintissimo e assolutamente irreale di hype e di streaming che non possono esistere, perché ci sono mezze seghe dell’ indie pop italiani che hanno più streaming di David Byrne, ma tipo dieci volte di più, che tu dici , ma vaffanculo… per favore… e cosi via, è tutta una bolla assolutamente finta, milanese, tutta basata sul marketing, da cui il rock e la militanza sono stati espulsi… E poi c’è la parte “onesta” che tende all’ infantilismo, alla cultura kawaii, al buttarsi per terra per non cadere, e cosi via… forse sono andato un po’ oltre, ma rendo l’ idea, no?

Ecco: in sintesi c’è da ricominciare da capo.
Assolutamente, per forza. Nel mio caso a sessantun’anni, voglio dire…
Vabbè, ma è uno stimolo se ci pensi.
Sì, meglio che sia finito tutto, cosi dici ah meno male è finito tutto, mentre il corpaccione dell’ alternative indie era agonizzante e putrescente in vita e quindi insopportabile, il tanfo ti impediva di fare qualsiasi cosa. E ora che è morto e sepolto si può ricominciare da capo.
Ultima domanda: ma secondo te di quelli che dovrebbero essere i paladini dei Novanta ed avere un ascendente sulle masse, come mai quando gli danno spazi di potere non tirano fuori i coglioni per dire cose importanti?
Per non perdere gli agganci e gli ingaggi con le amministrazioni comunali d’estate. Non c’è una di queste persone che siano in grado di tirarle fuori ‘ste palle, ma uno c’è: e il suo nome è Capossela.
Sul serio?
Il vero simbolo degli anni Novanta, e chi ne è uscito meglio è lui. Criticato, preso per il culo, quello che ti pare; ma se ci pensi bene è uno che ha avuto un impatto culturale reale sulla canzone d’autore e che comunque non ha mai abbandonato la militanza e che nei concerti dice cose serie pesanti e coraggiose. E le dice nei concerti perché in tv non ce lo fanno andare e lui non ci va quando lo vorrebbero come un burattino: questo è Capossela. E in una parte minore, anche se a Sanremo ci va pure lui, è Samuele Bersani. Non fanno rock ma sicuramente come cantautori sono nella piena tradizione italiana, e resteranno.
E tu no? Tu non ti ci metti?
No, io sono uno che sta a Pescara (ride): se sarò fortunato qualcuno ascolterà ancora le mie canzoni per un po’ di tempo e mi farà ancora suonare dal vivo.
Guarda , a me è piaciuto molto il commento che hai fatto a uno che a sua volta ti commentava un video: lui ti diceva “grande, sei sempre rimasto coerente ti sei sempre battuto contro tutto e tutti” e tu gli hai risposto “no io non mi sono battuto contro un cazzo e quello che mi viene, faccio”, e l’ho trovato meraviglioso. Che poi l’artista questo deve fare.
Sì, devi fare quello che ti viene. Se ti viene ci sarà un motivo: lo capirai dopo, ma devi fare quello che ti viene sennò non sei un artista ma sei un filosofo. Categoria che rispetto moltissimo, ma non sono all’ altezza di essere un filosofo (ride).
Intervista pubblicata per gentile concessione di Snaporaz
Demented Burrocacao è co-fondatore e CEO di Droga. Conduce Italian Folgorati per Vice, ha pubblicato, tra gli altri, l’album psichedelico Shell a nome Trapcoustic. Tra i suoi libri, Si trasforma in un razzo missile, uscito per Rizzoli Lizard e Italian futuribili, uscito per minimum fax.
