Dutch Schultz, uno degli iconici protagonisti dell’underworld statunitense dei primi decenni del secolo scorso (l’epopea aurea, e a conti fatti afilologica, del proibizionismo estetizzato in Fedora, Ragtime & Tommy Gun), si rese protagonista di un’episodio che travalicò il suo universo narrativo di appartenenza per sconfinare nella filosofia. Colto in un agguato e crivellato di proiettili, sul letto di morte, si lascio andare in uno stream of consciousness di marcato sapore esistenzialista. E Sartre, Jaspers, Camus, Kierkegaard muti.
Dico, uno cresciuto per strada, povero come un cane, senza scolarizzazione, senza nulla se non cattiveria e fame. Però in punto di morte percepisce che l’esistenza, l’io, la memoria, l’essere, possono essere definiti tramite il lògos. Vissuti, o meglio rivissuti, sempre afilologicamente certo, però anche senza tutti gli strumenti necessari le Moire e Thanatos avrebbero aperto lo spiraglio necessario alla persona per dare una sua finale lettura della sua esperienza e pescando nella coscienza collettiva una ipotesi di esistenza.
Questo c’entra e non c’entra con il tema di queste infami righe che vi state apprestando a leggere e per cui ho richiesto la vergogna o la gloria dell’anonimato. Dovevo scrivere di pornografia o di riporto ai capelli, ma sul serio, non interessava neppure a me scavare nella mente e portare alle dita tali argomenti, figuriamoci a te o a voi finali destinatari dei contenuti testuali del dove vi trovate con gli occhi ora. Quindi ispirato da due persone a cui chiedevo lumi sul da farsi ecco l’idea. Scrivo di me. O meglio, scrivo qualcosa che si adatta perfettamente al contesto in cui ci troviamo io e te/voi ora, questa rivista non cartacea, che si chiama…
Bene, vado al sodo e spoilero subito: vi racconto come nella mia piena maturità ho incontrato la Ketamina, l’uso che mano mano ho stabilito e le belle esperienze che ho fatto. Tutto ciò va inteso senza ipocrisia, io non sconsiglio nulla a nessuno, basta co’ ‘sta cosa che uno che ha una dipendenza va a implorare gli altri di non cadere nella stessa, e già, tu ti sei divertito ma devi venire a rompere il cazzo a noi. No no, vi racconto solamente come ho incontrato questa grande amica e come passiamo il tempo assieme. Siamo tutti diversi, ognuno poi può cadere nel baratro o passare ore liete come sto facendo io, io vi racconto la mia poi se a voi viene voglia di provare sono fatti vostri, a me non interessa ne mi crea problemi di coscienza. C’è di peggio. Questo è mero intrattenimento.
Sono al corrente dell’imminente volume a tema di Not, e mi è stato anticipato come un libro che fra le tante cose non da un giudizio proprio positivo di questa sostanza, e che in qualche modo mette in guardia sulle conseguenze dell’abuso.
Qui non troverete abusi ne dipendenze, ne diario di giorni scanditi da polverina e da cristallini, no, non è un resoconto della caduta nel K-Hole. L’ho passata da un pezzo l’età eroica per lo zombi chic.
Per molti anni ho avuto una spiccata propensione all’alcolico, propensione da intendersi con la sbronza, nei primi anni ridanciana e allegra e mano mano che la forbice si allargava sempre più cupa e minacciosa. Sempre però ammantata di magia, mo va a vedere dove e quando da bianca cominciava a divenire nera, fatto sta che senza entrare troppo in dettaglio la cosa era cominciata a diventare sempre più ingestibile e impattante sulla vita diurna e personale.
Dovrei scrivere una roba a parte, lunga, per raccontare le gesta risuonanti di rutti e getti d’urina che hanno segnato gli anni migliori della mia vita. Ma come già stabilito sopra, non ho voglia di scrivere cose che al momento neppure mi interessano come argomento ne tantomeno come sforzo atto a ripescaggi mnemonici.
Quindi una bella mattina, destandomi da un potentissimo tête-à-tête con l’allora mia divinità Trace preferita, decisi d’improvviso di chiudere per sempre con il bere.
C’erano un paio di motivi reali per fare ciò, ed uno era molto correlato alla paura mentre l’altro allo sforzo di riappropriami di una dignità che sentivo di aver perso agli occhi del circolo più o meno largo di persone che faceva da pubblico e/o cointerprete alle mie performance sbiascicanti e ormai tendenti alla ferocia.
Poi c’era anche un discorso di vanità, che alla lunga è diventato il muro invalicabile che mi ha protetto e mi protegge tutt’ora dal bere anche il liquore dei MonCherì. E che in verità ora non ne sento neppure più il bisogno e proprio non c’ho voglia, solo il ricordo della sensazione mi provoca immediata nausea. Buono, molto buono.
Però poi il problema si presenta come fare a presenziare agli appuntamenti mondani dopo secoli di interpretazioni etiliche, discorsi fumosi, conquiste, risate ecc.. io alla fine dovevo ammettere che bevevo proprio perché mi sentivo inadeguato in determinati contesti, che la mia timidezza mi impediva di fare qualsiasi cosa, che mi vergognavo perfino a salutare le persone. E anche che senza bere mi rompevo tremendamente il cazzo, specie se tutti attorno a me bevevano. E l’orologio andava sempre più lento, e le palle cadevano giù sempre più pesanti.
Magari la timidezza un po’ era passata nel frattempo, e c’era una sicurezza maggiore nel fendere le genti nei posti più affollati, ma di base a me piaceva comunque stare alterato, il gestire così lucido il tempo libero mi sembrava un’atroce perdita di tempo e un tedio insopportabile.
Però non è una roba alla Tantalo, no, non è che guardassi con occhi avidi di desiderio o di mortifera arsura gli altri bere, no, è che proprio volevo stare alterato, perlomeno per potermi connettere con i debosciati felici (…) che mi attorniavano.

Piccola digressione; a me piacciono da morire i surrogati, le soluzioni (ai miei ingenui occhi di bimbo) “geniali”. Tipo la pasta integrale, i vegiburger, le sigarette elettroniche ecc.. ‘ste robe qui che vanno a sostituire senza davvero prenderne forma e sostanza, solo movenze e fine, tipo riarrangiare un pezzo con una diversa strumentazione (o preferire dei pedali Behringer), per dire.
Quindi riprendo con le canne, anche se ormai avevo raggiunto un grado di intolleranza tale che mi bastavano poche boccate per cadere di peso in un antro melmoso di paranoia a tema morte, la vita è senza significato, i gatti moriranno e tutto questo genere di cose.
La prima mossa nella strategia di sopravvivenza diventa quindi spendere decine di euro in CBD, con il risultato di essere il compagno più sonnolente e impregnato di fumo che tu possa immaginare gomito a gomito nel tuo pub preferito. E il divertimento latitava alla grande.
E quindi dopo un tot torno senza mezzi termini alle canne, ma c’è sempre il problema di cui sopra, quindi comincio a sfondarmi di mini-cannette contenenti quantità ridicole di erba e resine con il risultato di trasformarmi in uno sfocato rincoglionito sempre mezzo addormentato.
Per un po’ funziona, anche se nonostante la quantità davvero poco generosa le paranoie si affacciavano sempre più spesso, e quindi ho passato delle serate più intrise di terrore che di divertimento.
Il problema quindi non s’era risolto, e no, sul tavolo non era neppure lontanamente immaginabile il tornare a bere, magari con moderazione, come se avesse mai funzionato un tale proposito. O si taglia netto o non funziona, almeno con me è così, perché mi piace troppo stare alterato, basta poco per scavallare.
Ma poi con le canne si balla? La gamba va in automatico avanti e indietro per la pista? Mah. Poi sempre uno sbattimento trovare la materia prima, difficile non destare attenzione dando potenti boccate in quei luoghi al chiuso ove permesso sfogare il tabagismo. Ci aggiungo che m’ero pure mezzo rotto il cazzo del fumare in sé, la mattina troppi concertini per colpi di tosse solista, all’orizzonte c’era anche la ventilata idea di fare una qualche forma di attività fisica. Perché qui entriamo nel campo della già citata “vanità”. Lo smettere di bere mi stava riportando a più miti taglie. Di vestiti. E il ricevere dei sempre più costanti «oh ma come stai bene» «oh ma come te sei dimagrito» mi piaceva da morire, e il farsi gli spinelli mi esponeva al fuoco incrociato della sedentarietà e della fame tossica, quindi un andare per un terreno minato se il nuovo obiettivo voleva essere abbottonare sempre di più camicie che mi davano le forme di una Serena Grandi qualsiasi. No, dovevo andare oltre e risolvere subito le problematiche relative a tabacchi e trinciati.
Quindi riprende la ricerca, concettuale, di cosa poteva prendere il posto lasciato vacante dalla bottiglia.
Ovviamente sto omettendo tutta una serie di cose collaterali legate all’astinenza dagli alcolici, mi renderebbero purtroppo riconoscibile, ma voglio solo dire che comunque stava andando tutto verso un costante “rinnovamento”, nel bene e nel male.
Faccio quindi prima una scoperta e poi un incontro. Sono proprio quelle occasioni che succedono quando c’è un qualcosa nell’aria che le annuncia, come nella migliore tradizione della narrativa a tema fantastico o sentimentale. La casualità cercata, positiva, l’animale guida, tutto comodamente a portata di click. Mi imbatto in un articolo, non ricordo se stavo cercando o meno, ma leggo, o meglio vengo a conoscenza di qualcosa che in quel momento “sta per andare di moda”, e questa è se vogliamo una qualità che mi accollo, ovvero la capacità spontanea di trovarmi a operare in un qualcosa che sta per andare per la maggiore. Certo, sarebbe assai più eroico farne parte dagli albori, ovvio, però bisogna anche accontentarsi di ciò che Tiche e Ananke hanno programmato per ognuno di noi, imparzialmente, e questo secondo me da senso a tante cose che rendono il tessuto della vita sempre interessante e dinamico. Tutti uguali sullo stesso piano, tutto esattamente allo stesso livello non è esattamente un qualcosa che poi ti muove ostinatamente verso l’orizzonte degli eventi, va benissimo per il mio concetto di società ma molto meno per ciò che sconfina nell’intimità dell’umano, l’armonia deve specchiarsi nel kaos e viceversa per esistere. Oh, piccolo appunto, tutto questo è di getto, quindi se ti stai chiedendo «sì ma che cazzo c’entra il flusso di coscienza del gangster citato all’inizio» eccoti la spiegazione. Non scrivo per professione ne so minimamente come andrebbe fatto, è tutta autoanalisi e bisogno di soddisfare un impegno preso (molto) in precedenza con la rivista che state leggendo. Torniamo a me, quindi trovo degli articoli sul microdosing. Io sono alieno a queste cose, sul serio, e la cosa fa sorridere dal momento che fin dalla più tenera età sono stato quasi sempre circondato da alcune figure facenti uso di questo o quello stupefacente. Io no, a parte canne e birre non ho mai fatto altro, nonostante come tutti sono stato un ammiratore di scrittori e musicisti ad alta tossicità, da tutta una valanga di psichedelia più o meno alterata, da pellicole a tema acido o indovena, non ho mai ingerito nulla che non fossero i salatini o i pistacchi che servivano nei pub di San Lorenzo o di Trastevere. Quella che oggi chiamiamo sorridendo “bamba” è stata episodica e casuale negli anni, ma non me ne sono mai interessato, ed è stata una bella fortuna se pensiamo che le mie magre finanze dell’epoca erano dirottate soprattutto nei negozi dei dischi oltre che sui banconi umidi. Quindi un po’ cado da questo famoso pero leggendo del microdosing, e come dicono gli inglesi o chi per loro penso subito che la roba è assolutamente suitable per me, proprio di sartoria. Perché se c’era una cosa che mai e poi mai avrei voluto sperimentare nuovamente del bere era la perdita di controllo. Troppi blackout, troppi momenti unlashed, e sinceramente non me li potevo più permettere, ne li volevo. Il controllo, cercavo qualcosa che mi avesse permesso “lo sballo” ma pienamente in controllo, e siccome memore de «la potenza è nulla senza controllo» e ovviamente estasiato da tutto ciò che poteva essere un surrogato vedo allo specchio i miei occhi brillare. Gli Dei ovviamente avevano predisposto che la mia prenotazione al Valhalla sarebbe stata blindata, non avrei fatto il turista fai da te dell’ultimo minuto, mi avrebbe raggiunto la valchiria per prendere i bagagli da portare su in camera offrendomi al comtempo una bibita gravida di ombrellini e cannucce. I fatti (…): incontro persona da me da anni conosciuta che per tutta una serie di motivi contingenti o meno è lontanissima dai radar di zona, e casualmente, molto casualmente, ha con sé da tempo dei “francobollini” nel portafogli. Ci diciamo perché non provare, facciamo un ottavino, lo fanno nella Silycon Valley per lavorare quindi perché non provare? L’occasione è quella giusta, c’è clima di festa, c’è una situazione all’aperto, l’estate è quasi al suo zenith e io sono in quel momento sintonizzato a quel “wind of change” tanto quanto i ripugnanti Scorpions. Basta una mezz’ora e poco più e scatta l’amore, l’amore quello vero. Subito mi dico «ma cazzo, ma perché averlo scoperto solo ora? Eppure ho ascoltato per anni i Pink Floyd, Cristosanto ce l’ho avuto davanti al naso praticamente da sempre. Ribadisco di nuovo, ero completamente estraneo a tutto ciò che differiva da birre e canne, persino il vino mi era alieno, il mio disinteresse mi aveva portato così lontano dalla storia con la S maiuscola che ormai cercare di tornare verso la riva sarebbe stata un impresa che a confronto Thomas Magnum s’era fatto solamente due vasche in piscina*. Presi in consegna tutti i francobolletti ho cominciato ad approntare piani di razionamento, dal momento che la grande controindicazione (in termini di gestione materiale) era che si poteva fare una volta ogni tanto, non sempre come avrei desiderato, tanté che mi capitò anche di sprecare preziose riserve accostando troppo i giorni. Però quanto divertimento, quanta felicità, quanto lontano era ormai la corte di Bacco, nessun rimpianto e manco amici come prima. Purtroppo tutte le cose belle prima o poi finiscono, e come detto sopra è assolutamente meglio così. Dall’ottavino pian piano l’amicizia è cresciuta ma c’era sempre quella grande insoddisfazione ombrosa di fondo del aver a che fare con una specie di roulette, anche russa talvolta. Così dopo un’ultima deludente esperienza in quello che pensavo sarebbe stata l’occasione ideale (una grande, grande festa) torno a casa con le pive nel sacco. I funghi sono stati un altro tentativo ma pure lì delusione. C’era la grande volontà di restare sempre in controllo che non mi permetteva di sprigionare tutta la potenza del drago, quindi sarebbe sempre stato un divertimento a metà, e neppure infallibile e sicuramente non calendarizzabile.

Passano grigi i giorni, si torna alle tristissime mini cannette, si torna alla tosse mattutina. Ma non mi do per vinto. Non posso ne stare a casa ma neppure uscire e rompermi i coglioni, e per quanto tutto questo possa sembrare superficialissimo (a ragion veduta dal momento che sto descrivendo solo una striscia di quella che è la cronaca di vari mesi, scanditi di vita e problemi reali, di cui la materia che sto raccontando è solamente una delle tante sottotrame).
Non ricordo bene come ma un giorno un amico mi dice qualcosa appunto come «sai, la ketamina potrebbe essere la droga giusta per te», e me ne elenca i punti di massima. La brevità della durata dell’effetto, il suo non avere un down significativo, la facilità di assunzione come fosse un qualcosa di modulare, componibile. E poi avevo un punto di partenza molto forte; non assumevo bevande alcoliche. Ed ero ossessionato dal controllo, quindi qui il discorso del microdosing diventava assolutamente suitable per me, quasi fosse un incontro scritto nelle stelle (e infatti chissà di che segno è la ketamina, che ascendete, dove c’ha Marte?, dove c’ha Venere?…). Un amica provvidenzialmente ha un mezzo gr di cui non sa che farsene quindi me lo donerebbe volentieri. Proviamo. Mi doto di quei cosi in legno per girare il caffè e me ne vado bellamente in un cocktail bar, infilandomi al bagno alla prima occasione. Niente. Non succede niente. Probabilmente, a posteriori, la cosa è che avevo paura e quindi ho assunto quello che assumerebbe un criceto. Però gli Dei del caso fanno sì che la sera stessa incontro una conoscenza che me ne offre una botta a misura di essere umano. Boom. Eccoci qui, piacere Barbieri, come va?
Mi metto subito alla ricerca di altri canali di approvvigionamento, io sono come quei roditori da albero e tana, credo ciecamente nelle scorte. Come pensare ad un bunker anti-atomico ma in piccolo, molto in piccolo. Quindi riesco nell’intento e sto per le vie del quartiere a petto in fuori, gongolandomi nella sensazione di avere nella tasca la cicciotta busta che ogni tanto, per rassicurazione, vado a toccare. Come quando esci con qualcuno che ti piace o ami, qualcuno con cui hai appena avuto sicurezza che la cose c’è, e quindi le prendi la manina o la manona, per diletto ma per sentire sempre se è lì con te.
Ci siamo? Beh, la felicità è immediata, sviluppo subito la tecnica della pizzicata su indicazione dell’amico scafato, e la cosa va avanti per un tot di mesi. È una bella messa in scena, perché il mio micro dosing di partenza è una gran bella imitazione del bere, tant’è che quando sto in qualche situazione ordino l’analcolico più somigliante ad un drink regolare, e quindi unendo estetica ed effetto combino il tutto nella pantomima di un cocktail. Bellissimo. Anche la birra zero sembra quella vera. Funziona, funziona. Così mi dicevo, l’umore saliva, una piccola felicità si accendeva sintetica nel cuore, portando calore fino ai pensieri, rendendomi bonario su tutto quello che normalmente mi faceva schiumare come un dobermann. Diventavo comprensivo, ero la personificazione del perdono non richiesto. Amen a tutto e a tutto, avevo trovato la mia dottrina.
Da vero compulsivo mi ingegnai quasi immediatamente per rendere la cosa il più veloce e pratica possibile; non era ammissibile per me arrabattarmi con specchi, carte di credito e banconote arrotolate, mi costava troppo tempo, troppi oggetti da portare e sicuramente rendeva meno pratica la mia voglia che cresceva di minuto in minuto. Quindi la partenza con gli zeppetti di lego, poi le dita, ma trovavo l’incarto di plastica troppo poco pratico e a rischio perdita, quindi immaginai delle scatoline, e cominciai la ricerca.
Le serata andavano che erano un incanto. Appena uscivo dal bagno del locale mi saliva il sorriso beato da persona baciata dal Signore. Tutto si metteva a posto e i problemi e i dolori sparivano, o comunque diventavano meno gravi ed urgenti. La timidezza e il senso di essere fuori posto si disintegravano mentre alzavo sempre più la testa verso il soffitto, testa alta a guardare un punto senza attenzione, raramente incrociavo gli sguardi altrui e in più di una occasione mi sentii piacevolmente invisibile. E protetto. Sì protetto, perché era forte il sentire così in pace che nessun pensiero di conflitto o contrasto con altri poteva sfiorarmi. Ero buono, quindi nessuno sarebbe stato una minaccia, e neppure io per loro. E questo ero bellissimo dato che ai tempi bui delle sbronze più di una volta ho avuto contrasti anche violenti. Finalmente avevo trovato la mia Shamballa. Ero il sultano della pace, ero l’amore personificato, e cominciavo a capire cose che prima addirittura ignoravo. Ricordo che le prime sere ebbi prima delle “illuminazioni” su argomenti anche di primaria importanza personale, ma anche universale, poi altre sere ebbi sensazioni mistiche e infine qualche allucinazione. Certo è che ormai non era quasi più micro dosing, o meglio, somma tutte le volte che andavo al bagno ed ecco che alla fine riuscivo a mantenere un bel bordone di fattanza non zombesca che durava svariate ore. La dominavo quasi, anche se 3-4 volte mi sono arrivate delle belle ciavattate, e in alcune ho temuto di sentirmi male in loco e fare la grande figurona di merda.
La musica era meravigliosa, e le orecchie diventavano delle cuffie Sennheiser; ogni suono era limpido, avevo un effetto stereo meraviglioso e cristallino, e il vociare attorno a me si armonizzava con la musica. Una delizia. Mi sono goduto concerti e dj set meravigliosi, i piedi andavano da soli, nella mia testa ballavo divinamente anche se il dubbio che in realtà il tutto si riducesse allo scuotere la sola testa c’era. Una delle cose più interessanti era senza dubbio il fatto che mi si veniva a creare una geografia, o meglio, una topografia del locale e degli astanti. Vedevo le persone, o meglio i gruppo di persone, come pareti, e molte volte rimanevo incollato in un determinato punto per la difficoltà che provavo a) a camminare b) a trovare uno sbocco in mezzo a quei muri di sudore e carne. Frequente era la sensazione di conoscere alcune persone che in realtà vedevo per la primissima volta. Il cervello era così alterato da rilasciare sensazioni di familiarità verso perfettissimi sconosciuti, ed in alcuni casi affioravano in me tutta una serie di sentimenti e riflessioni su queste persone sempre più a caso.
Stabilite le geografie dei vari gruppetti che mi si presentavano come sentieri e pareti cominciavo ad avere allucinazioni audio e video. Delle volte a tema religioso, ed erano le più belle. Ne ricordo una in particolare dove ad un concerto il palco era molto nutrito da persone che cantavano più o meno in coro. Ad un certo punto le vidi come una schiera angelica che benediva un ragazzo biondo che veniva poi proiettato incontro alla pista. Fu bellissimo.

Notai presto che non tutta la musica agiva bene e allo stesso modo quando ero sotto l’effetto. Praticamente tutte le volte che la musica era vagamente rock o dura l’effetto moriva o non saliva, e in un caso addirittura una angosciante sensazione di paura. Con la musica elettronica invece si volava ogni volta, garantito. Non se bucavo una, il beat sintetico faceva lingua a lingua con la mia polverina preferita. Però la scatolina cominciava a diventare troppo scomoda, dovevo escogitare altro, e soprattutto trovare un’alternativa valida alle dita, ne rimaneva troppa fra i solchi delle impronte digitali. L’idea forse venne a me o forse no, ma cercai un porta-pasticche di quelli piccoli, meglio se con anello da attaccare al portachiavi. Lo trovai, e quindi cercai anche un piccolo, piccolo cucchiaino.
Arrivò prima la capsula, e quindi passai qualcosa come una settimana a versare sul dorso della mano e tirare, ed era molto più veloce e pratico della scatolina, e mi permetteva anche di farlo nel locale senza farmi notare troppo. Però era provvisorio, attendevo il cucchiaino che alla fine arrivò.
Lo stato dell’arte era raggiunto, ora avevo con me tutto il necessario per agire dove, come e quando mi pareva. Ottimo.
Le ciavattate intanto erano drasticamente diminuite se non sparite, avevo cominciato ad avere maggiore confidenza con il mezzo e quindi evitavo automaticamente dosaggi che mi avrebbero deviato dal divertimento pacifico.
I giorni, le settimane, i mesi passavano e io non sgarravo di un millimetro; la mia relazione rimaneva saldamente confinata alle serate e solo a quelle, il che per uno incline alle dipendenze non era affatto male, anzi, motivo di grandissima soddisfazione. Esercitavo finalmente il tanto agognato controllo.
Mi sentivo molto piacevole e addirittura arguto quando mi capitava di interagire con altre persone. Fiero dentro di me pensavo al grandissimo upgrade che avevo ottenuto passando dalle birre alla ketamina, averlo saputo prima avrei evitato dei disastri che non basterebbero decine e decine di questi caratteri digitati per raccontarli. Meglio tardi che mai? Ni, però me lo dovevo far andar bene per forza, le varie esperienze con questa cosa mi avevano portato una nuova percezione del tempo e forse della vita. Rimosso paure e portato saggezza, almeno sotto l’effetto. Unico neo è che sbiascicavo tipo quando bevevo, con l’unica differenza dell’esser presente e assolutamente consapevole di ciò che stavo dicendo. Malamente. Una grossa fatica. Però dai, alla fine potevo lamentarmi di ben poco.
Ripensavo a tante cose leggendole sotto una luce nuova, interpretandole da punti di vista che prima mi erano preclusi. In determinati momenti pensavo anche al fatto che non sapevo di preciso cosa andavo a ficcarmi su per il naso e cosa alla lunga questo avrebbe fatto al cervello e all’organismo. Ma poi mi dicevo che tanto il più della strada era stata fatta, questo nuovo equilibrio valeva di sicuro il rischio che potevo correre, tanto comunque il rischio più immediato lo avevo lasciato molti chilometri addietro, ed era quello di sviluppare una dipendenza che sarebbe potuta straripare nella mia vera vita di tutti i giorni, e questo fortunatamente non era stato neppure lontanamente vicino al realizzarsi. Se non uscivo manco ci pensavo, se stavo con persone che non bevevano non la usavo, era tutto sotto controllo. E lo è ancora oggi, e lo preciso giusto perché tutto questo declinare al passato potrebbe sembrare il classico modo poi per tirare giù un finale ove mi descrivo in rovina e disfacimento. No no, va ancora tutto bene.
Se capitava ne parlavo tranquillamente tanto ero contento di questo incontro miracoloso e sotto alcuni aspetti taumaturgico. Forse ne parlavo anche troppo. Però del resto giudicavo e giudico la cosa, a livello personale, come molto positiva. Poi se in futuro avrò dei danni fisici non cambierò comunque il giudizio, io qui sto parlando della mia esperienza, e questa finora e stata tutto fuorché qualcosa di drammatico o esiziale.
Come dicevo, le serate erano sempre più serene, anche se in effetti tendevo molto a starmene dentro a un mio bozzolo, difficilmente mi capitava di interagire, sicuramente se succedeva non partiva da me. Ma quando capitava era piacevole e non sentivo nulla di imbarazzante o inadeguato in me, anzi, ero molto ok. Fico se vogliamo, cioè così mi sentivo.
Sapevo ormai quando e quanto idratarmi, avevo i miei momenti di ricarica e calcolavo bene i tempi di atterraggio, così che me ne tornavo tassativamente sempre a casa ad effetto concluso. Il tema del controllo, come potete leggere, ricorre spesso in questo resoconto della mia esperienza con la ketamina, e a tutt’oggi non ho sviluppato nessun disturbo fisico. L’uso è rimasto abbastanza parco, anzi, è anche diminuito con il tempo; ci sono state serate dove un grammo spariva come per magia, ora riesco a stare molto più abbottonato.Però quante belle visioni, quanti pensieri illuminanti, e davvero un peccato non aver mai avuto l’idea di accendere un registratore e rendermi cronista nel momento in cui accadeva. Mi restano dei ricordi, magari ormai un po’ meno forti, ma alcune idee e riflessioni sono rimaste incise come tatuaggi nella mia mente. Idee buone, e per questo devo ringraziarla. Con me cattiva non è stata, anzi.Scrivo queste righe di getto, senza alcun pensiero anteriore a precederle, e in fin dei conti senza alcun fine specifico, magari solo perché non sapevo di cui altro scrivere. Shultz c’entra? Sono pertinenti Daniel Paul Schreber, Robert Dwyer, Jim Jones ecc.. ? Non lo so, con tutti le meraviglie che ho sottolineato qui ora non mi viene in aiuto nessuna illuminazione risolutrice.Però un po’ c’entra, ma forse non mi va di spiegarlo, mi costerebbe troppa fatica.
Ieri sera, a un’amica appena entrata in un locale ove io la stavo attendendo, frastuono diffuso misto di musica e vociare. Le dico:
Sto a corto di droga.
Sei contro la droga?
Oh no, sono assolutamente favorevole.
È comunque meglio che giocarsi i soldi alle macchinette. Ciao.
Drogato Barbieri non è un drogato.
