Il Tutto e il Niente.

– Madonna, che silenzio.

– Che c’è stasera?

– Non fare lo spiritoso, sai bene a cosa mi riferisco.

– No, a che cosa?

– Alla cognizione delle cose.

– Sempre a filosofeggiare, voi artisti.

– Proust ha sconfitto la caducità e raggiunto l’immortalità con la sua opera. Io non ho ancora realizzato nulla, ma credo nella vocazione. E tu ci credi?

– No.

– Ah sì?, sentiamo, e a che cosa credi?

– Alla sensibilità. Una dote nascosta tra gli interstizi della logica.

– Sei un imbecille.

– Ti sbagli. Il silenzio che avverti lo sento anche io, ma chi di noi due può affermare di percepirlo nella sua interezza, di penetrarlo, in qualche modo. Non esiste una bilancia universale che riporti in equilibrio gli elementi su cui si regge la Natura. Tutto è solamente caos e dispersione.

– Aspetta… lo hai sentito?

– No. Che cos’è?

– È il suono che fa il respiro. L’attimo preciso in cui l’aria viene buttata fuori dai nostri polmoni aperti. Tu che ti riempi tanto la bocca di sensibilità ed estetica, vorrei che mi parlassi dei tuoi sogni, delle visioni che animano i tuoi pensieri nascosti, occultati da una cortina di nebbia che separa il tuo mondo dal mio. Mi senti?

– Vedi, tu confondi la realtà con l’apparenza. Sei caduto nel solito tranello dell’esistenza. Le tre dimensioni non esistono, ciò che conferisce profondità alla nostra presenza è solamente il pensiero: finestra aperta sul cortile del cosmo. Dove entropia e fisica quantistica gettano la spugna di fronte alla fiume della coscienza, o alla potenza della fantasia.

– Hai raggiunto l’aleph? Hai visto l’infinito?

– No, l’ho toccato proprio.

– Ah sì?, dai e dimmi, com’era?

– Una cartolina da Marte.

– Sei un coglione.

– No, seguimi: hai presente la caduta del muro di Berlino?, il colpo di stato in Cile?, i generali in Argentina?, il muro di separazione in Palestina?, le bombe su Baghdad?, e Belgrado?: bene, riunisci tutti i disastri del mondo e soffiaci sopra come fosse polvere depositata nei secoli tra gli stati della Storia. Quello che rimane è soltanto il Nulla. Un vuoto assoluto in cui affacciarsi quando non tira vento e hai bisogno di rigenerarti.

– Non ti seguo bene, vuoi forse dirmi che l’irrealtà è l’unica via per la felicità?

– Voglio dire che non siamo soli. Hai capito?, non lo siamo!

– Un tragediografo greco scriveva che nasciamo soli e moriamo soli.

– Si sbagliava!, tutto è dentro Tutto. Le foglie cadranno ancora, trasformando il pavimento che calpesteremo in un mosaico multicolore. Le ali delle farfalle si spalancheranno per inglobarci dentro la loro protezione. Le querce apriranno le loro cortecce come vulve calde. Gli occhi si ribalteranno all’indietro per vedere cosa rimane della nostra anima e afferrarla. Dopo di che, tutto ricomincerà: perché ogni fine genera un nuovo inizio per dissipazione.

– Ho capito, o almeno credo. Mi hai ricordato che ieri sera, al bar, ho visto una persona che per parecchio tempo non vedevo e credevo ormai scomparsa. Ci siamo salutati, in sicurezza, poi ha messo una mano sulla mia spalla e, picchiettandola, mi ha guardato dritto dentro ai miei bulbi compressi. Stringendo il suo bicchiere ramificato di arabeschi (beveva un Americano) mi ha detto: – Non esisto più sulla terra, non mi hai più visto per questo motivo. Sorvolo innumerevoli mondi a bordo della mia navicella spaziale. Un tappeto di Damasco dove sono inscritte le lettere dell’alfabeto persiano della Mesopotamia. Ogni volta che mi distendo sopra mi sento al sicuro, perché in un attimo tutta la realtà si schiude davanti alla mia mente. Mi sento contemporaneamente in tutti punti dello spazio, in ogni momento, e ovunque per l’eternità fino alla fine di tutti i tempi – disse, concludendo il suo monologo torrenziale schioccando un bacio fortissimo verso la barista che gli porgeva proprio in quell’attimo l’ennesimo Americano con ghiaccio e arancia, e una dose corposa di Vermut.

– Stai parlando di me, vero?

– Perché?, ti senti toccato?

– Ho già vissuto una scena simile, ma non saprei dirti come e quando e, controllando l’orario, si è fatta una certa.

– Perché, sentiamo: cosa hai da fare domani?

– Un sacco di cose.

– Tipo?

– Mettere ordine ai miei pensieri, per esempio. Ti sembra una cosa da poco?

– No, certo. Ma pensavo che lavorassi proprio.

– Il lavoro, mio caro, è una zavorra a cui possiamo fare a meno tutti quanti.

– Ah sì?, e come faccio a pagarmi il corso di scrittura creativa poi, che voglio diventare uno scrittore famoso anche io, lo sai no?

– No, non lo sapevo e non mi interessa. Potresti, per incominciare, smettere di credere a queste cose, per esempio.

– Il lavoro culturale è la mia vita. Non posso esimermi dal perseguire il mio obbiettivo.

– Parlavamo del silenzio e dell’ápeiron o sbaglio?

– Non vedo come le due cose possano essere separate. Qui, amico mio, sei tu che sbagli! Per me, realizzarmi, è tutto. C’è chi passa una vita inseguendo gli amori impossibili, percorrendo strade non ancora battute, chi sorvola le galassie a bordo di un razzo intergalattico, chi scala le vette delle montagne più irraggiungibili, chi predica in Chiesa la resurrezione di Gesù Cristo, chi scopa tutti i giorni di fronte a una telecamera con l’obiettivo fisso sul suo cazzo eretto pompato da qualche compressa di Cialis, chi si masturba di fronte a TikTok come un ossesso appena sveglio la mattina, chi timbra il suo cartellino in mutande e poi va a fare la spesa, chi legifera sullo stato civile di una coppia omosessuale dall’alto di un parlamento svuotato di senso,  chi serve da bere tutti i santi giorni dall’alba fino alla sera, chi lava lo sporco che lasciamo dove passiamo,  chi si allena per il Grande Evento, chi scommette, chi va sugli scii, chi è un cacciatore, chi è un giardiniere, e poi c’è chi scrive. Dio santissimo: io scrivo. Per chi, e per cosa e soprattutto perché, non saprei proprio dirtelo…

– Provaci. Secondo me cerchiamo la stessa cosa, soltanto che partiamo da due prospettive diverse.

– Il mondo è un labirinto, e io mi sono perso.

– Vieni, seguimi. Ti aiuterò a ritrovare la strada di casa: ho qui con me il lumino di Lucignolo. Ritroveremo l’irrealtà tra i cunicoli della narrazione dispersa, quella della nostra infanzia.

– Vuoi dire che tutto parte e finisce lì?

– Certo!, come credi di arrivare al paese dei balocchi?, non di certo così come siamo messi adesso.

Mangiafuoco. Il grande burattinaio: siamo i suoi pezzi di legno, tirati sopra i fili invisibili di un palcoscenico notturno. E io sarò la tua guida, l’opposto del grillo parlante, o dáimōn socratico. Non ti indurrò a fare ciò che è giusto, ma solo ciò che vorrai…

– Tutto questo significa che potrò continuare a sbagliare?, senza dovermi pentire mai?

– Soprattutto sbagliare! Il fallimento è all’origine della scrittura. Il pensiero nasce con il mito, la scrittura con il fallimento.

– Cadrò di nuovo, quasi non ci credo!, mi viene da piangere… Ero convinto di aver raggiunto quel momento in cui non è più possibile claudicare.

– Ti dimostrerò che non è così. E solo dopo potrai tornare a dedicarti al tuo lavoro culturale. L’esperienza viene prima di tutto.

– Esatto.

– Va bene, andiamo!

– Aspetteremo la notte più oscura prima, perché altrimenti: a cosa servirebbe tutta questa luce se non ci fosse l’oscurità?

– Non ci avevo mai pensato.


Omar Suboh, è laureato in Filosofia e teorie della comunicazione. Ha scritto per Poetarum Silva, il manifesto, pangea.news, Sul Romanzo, il manifesto sardo, Diari di cineclub e altre. Ha pubblicato una fanzine dal titolo “Leggenda urbana. Fotogrammi di Minerva” (Kirby Edizioni, 2019), e due mixtape, “Aporia” ed “Apolide”, col nome diem.dedalus. Cura un blog dal nome “Homo non intelligendo fit omnia”.