Il bar di Genesio.

Mi incalza alle spalle il secolo-canelupo,
ma non ho sangue di lupo nelle vene.

Osip Emil’evič Mandel’štam

Il cadavere di Genesio giaceva in terra, accasciato lungo il cesso, con la testa ritorta contro la parete, riversa su rivoli di urina. Cogliendolo con la bocca sbarrata e gli occhi sgranati, disserrati a forza, la morte sembrò volergli incidere sul volto una smorfia inorridita di sconcerto e di disgusto: «come gli avessero cavato l’anima dal corpo», gridò, sconvolta, ai carabinieri, Galina Arsenievna Ustvol’skaja, che per prima lo vide, alle cinque del mattino, steso in quella latrina angusta e maleodorante, posta all’esterno del bar.

Quella babushka corpulenta, dal carattere arcigno e con lo sguardo perennemente accigliato, avrebbe potuto tranquillamente fracassare, a mani nude, la mandibola di uno dei tanti avventori molesti ed avvinazzati di quella bettola. Eppure, alla vista di quel corpo martoriato, gli occhi della donna, apparsi, fino a quel momento, torvi e malevoli verso chiunque la incrociasse, sembrarono di colpo raddolcirsi, riacquistando un’umanità sopita, ammutolita, nel corso degli anni, a forza di disgrazie. Una pietà quasi materna poté, così, spandersi lungo quei lineamenti aspri e rugosi, fino a frangersi, finalmente, in un pianto febbrile, in cui venivano sciogliendosi, man mano, antichi dolori, tumulati nei recessi più oscuri della sua coscienza. Galina, una matrona rubiconda e coriacea, nata da una famiglia di umili contadini di Huljajpole, una cittadina dell’Ucraina sud-orientale, non lontana dalle rive del fiume Dnepr, giunse in Italia in pullman agli inizi degli anni ’90. Il marito, Isaak Emmanuilovič, morì in campagna, dissanguato nel giro di pochi minuti, dopo che la fresa del trattore, con cui si ribaltò in un fossato, gli tranciò le gambe. La donna, con un groppo di lacrime, soffocato in gola fino ad impietrirsi, decise, allora, di abbandonare quel mondo in disfacimento, e cercare fortuna altrove, pur di sostentare il figlio Kirill e l’anziana madre, Olga Andreevna. Anni dolenti, di stenti e privazioni, l’attendevano in quella porzione di terra compresa fra la provincia a nord di Napoli e l’hinterland casertano. Qui, percorrendo strade polverose e desolate, alla ricerca vana di condizioni di vita decorose, avrebbe cambiato più volte lavoro – sempre e soltanto in nero: come badante, cameriera, operaia, donna delle pulizie, bracciante agricola a tre euro l’ora, ecc. –, non riuscendo mai, tuttavia, a sottrarsi alla morsa dell’indigenza e dello sfruttamento, che risulta assai più penosa quando l’essere umano che vi è sottoposto è uno straniero, ancor più se una donna. Il suo peregrinare smanioso condusse Galina, in una gelida mattinata di novembre, dinanzi al bar di Genesio. Vi lavorò per tre anni, fino al giorno in cui questi, non troppo inaspettatamente, crepò.

L’autopsia tolse ogni dubbio: il proprietario di quel tugurio, maldestramente adibito a bar, fu stroncato da un infarto, certamente provocato dal consumo abituale di cocaina. Riccitelli Genesio, di anni 51, era conosciuto, in quell’ammasso di sobborghi, frazioni e campagne, che sovrasta Caserta, come ‘O Lebbroso, per via di una rinite divenuta cronica. La droga inalata gli aveva lentamente rosicchiato le vie respiratorie. La mucosa nasale, costantemente anestetizzata, era deteriorata in maniera irreversibile, causando la formazione persistente di croste giallognole e puzzolenti all’interno delle narici. Il sangue, che di continuo vi colava, finiva per mescolarsi, infatti, al muco rimasto a stagnare nelle cavità nasali, coagulandosi, in tal modo, in grumi di una materia ripugnante, che rendevano faticosa e dolorosa la respirazione. Il senso di secchezza, che quella crostosità compatta gli generava lungo il naso, era straziante. Genesio, in momenti di puro supplizio, ne era indotto a grattare e, in taluni casi, a strappar via con forza, quelle piaghe purulente. Queste, tuttavia, erano tanto aderenti ai tessuti interni, che vi si incarnivano. Reciderle, dunque, avrebbe potuto lesionare ulteriormente i vasi sanguigni, provocandovi nuove infezioni, ed ulcerarli fino a bucare internamente il naso. L’assunzione continuativa di cocaina, inoltre, aveva innescato un processo di necrosi, ovvero di totale devitalizzazione di gruppi cellulari, zone di tessuto, porzioni di organo: la guarigione delle ferite inferte alle fosse nasali semplicemente si era bloccato. Quella polvere candida, di fatto, era riuscita a corrodere dall’interno le mucose e la cartilagine, fino a liquefarle: era come se la carne, poco a poco, avesse divorato sé stessa. Genesio rischiava il completo cedimento del setto nasale, che, infatti, aveva iniziato già da tempo ad affossarsi.

‘O Lebbroso era un omone corpacciuto, dai modi rozzi e grossolani. Il corpo mastodontico, azionato con movenze farraginose, gravate dal ventre flaccido e prominente, ispirava, in chiunque lo scrutasse, un senso di angosciosa pesantezza, quasi di oppressione. Sotto al capo ingrigito, unto e forforoso, spuntava un volto rigonfio, dalle fattezze marcate, con il naso incavato e gli occhi perennemente arrossati e semichiusi. Dalla bocca pendula, con il labbro superiore tumido, sbuffava, ad intermittenza, un respiro denso ed affannoso, che gli ingolfava la voce, rendendola rauca e poco limpida. Comprendere cosa dicesse, oltretutto, era ulteriormente complicato dall’uso, oramai sempre più deformato, ch’egli aveva preso a fare del linguaggio: un miscuglio casuale e disomogeneo di parole, che, talvolta, era impossibile da sgrovigliare: il sintomo evidente dell’alterazione delle sue capacità cognitive e, ancor più, del progressivo degenerare del suo stato di salute psichica. L’espressione inebetita ed ottusa, che gli campeggiava sulla faccia intorpidita, lasciava trasparire, tuttavia, l’indole mansueta ed il carattere bonario. A dispetto delle maldicenze dei compaesani, e di quella male nommenata, plasmata nel tempo a forza di errori e balordaggini, che non seppe più scrollarsi di dosso, Genesio si rivelava inaspettatamente, a chi vi si imbatteva, come un omaccione un po’ gonzo, ma dotato, in fondo, di uno spirito magnanimo e gioviale: uno zuzzurellone eternamente spensierato e ben disposto verso il prossimo, sgraziato e reso vulnerabile dai fallimenti, la droga, la morte dei genitori, l’incipiente malattia mentale. È ciò che intravvide Galina, quando, pur nel lerciume in cui stava sprofondando, quel cristone guasto e dissoluto seppe accoglierla con generosità, restandole avvinto, in seguito, da un sentimento di pura devozione filiale. Lei, dal suo canto, decise di prendersene cura pietosamente, accudendolo, fino alla fine, come un figlio fragile, esposto alla brutalità di quell’angolo di mondo agreste, remoto ed inospitale. Capitava, così, che, dal tetro stambugio adiacente al bar, che Genesio aveva malamente adattato ad abitazione, esalassero, giornalmente, nauseabondi effluvi di cavolo bollito, oppure l’odore terroso della barbabietola in cottura per il boršč, o, ancora, quello rancido del lardo crudo di maiale: pietanze contadine, che la donna preparava amorevolmente per quell’uomo ingordo. Galina, soprattutto, si fece carico della gestione, oramai allo sbando, di quell’osteria sconquassata e d’infimo ordine.

Il bar di Genesio era, in verità, una stanzetta sudicia, con le pareti marce, ricoperte di ragnatele, e l’intonaco annerito da strati verdognoli di muffa, formati, nel tempo, dall’intensa umidità. L’acqua del terreno trasudava da dentro i muri, creando, in tal modo, un ambiente fortemente insalubre. L’aria greve e putrescente, che vi si respirava all’interno, era ulteriormente appesantita dal fetore acre che proveniva esternamente, dagli allevamenti di bufale, e da quello acidulo di plastica squagliata, delle fabbriche situate nelle vicinanze. Da dietro il bancone, perennemente ‘nzivato, ricoperto da uno strato viscoso di sporcizia, la famiglia Riccitelli prese a smerciare, negli anni ’80, alcoolici di scarso valore, salatini avariati ed altre porcherie scadute. Fu, in particolare, Antimo detto ‘O Cianghiero, il padre di Genesio, ad inaugurare quella topaia, edificandola su un segmento asfaltato ai bordi della Via Appia. Situato molto al di fuori dei centri abitati, ed incuneato fra le campagne casertane alle pendici del Monte Massico, irrorate dai fiumi Volturno e Garigliano, quello spiazzo di cemento era un crocevia per i tanti comuni della zona. Attorniato da terreni agricoli, e non lontano da cave di calcestruzzo, esso costituiva, principalmente, un’area di transito per braccianti bulgari, camionisti e muratori rumeni, che vi sostavano qualche minuto per scolare, in tutta calma, una Peroni, fumare una sigaretta o per pisciare. Vi passavano, di tanto in tanto, anche giovinetti del Senegal, diretti, in bicicletta, verso le spiagge del basso Lazio, e frotte di zingari con passeggini scalcagnati, alla ricerca di fili di rame, arnesi in ferro ed altri rottami metallici da trasportare. Finivano per approdarvi, immancabilmente, però, anche i frequentatori di Jamilah e Maryam, due sorelle nigeriane, poco più che ventenni, costrette a prostituirsi in un boschetto di pini non troppo distante da lì. Erano, per la gran parte, vecchi rattusi, decrepiti ricottari del posto: spostati, alcoolizzati, derelitti in attesa soltanto di schiattare; ma anche signorotti locali, palazzinari, piccoli proprietari terrieri: porci abietti e meschini, dalle pappagorge rigonfie e gelatinose, ansanti e sudaticci, che non disdegnavano di acquattarsi con quelle «negre», per ricavarne un po’ di piacere, di nascosto dalle mogli e dal parroco. Arricchitisi con speculazioni, imbrogli e raggiri, quei parvenu, dai modi tronfi e melliflui, non esitavano ad ostentare il loro status da privilegiati, in prima fila nelle processioni di paese; né ad esercitare quelle piccole prepotenze, che la loro nuova condizione sociale gli consentiva di fare. Sottoporre a mercificazione l’esistenza di due ragazze africane, avere la facoltà di comprarne i corpi, e, quand’avessero voluto, pensare addirittura di poterne calpestare la dignità, li faceva sentire al di sopra di quella massa umile di contadini, da cui pure provenivano, ed a cui, saltuariamente, proprio nel bar di Genesio, decidevano di mescolarsi: unicamente per il gusto irrinunciabile di chiavare in faccia a quella «plebaglia miserabile e cenciosa» – così la consideravano – il loro potere di sopraffazione. Gli inchini e le riverenze, che, in alcuni casi, sfioravano il servilismo vero e proprio, da parte di avvocatuzzi ossequiosi, assessori corrotti ed agenti di polizia penitenziaria cocainomani, d’altronde, ne erano una legittimazione manifesta.

La piazzola, ove sorgeva il bar di Genesio, era sempre più ricoperta, negli ultimi tempi, da cumuli sventrati di mondezza, abbandonata ad infradiciare sotto il sole, su cui svolazzavano cornacchie avide e chiassose. Vi si accalcavano anche cani randagi, famelici ed incarogniti, sbucati da tortuose strade di campagna, per raspare fra quei sacchi squarciati, in cerca di cibo. Ne sgusciavano fuori enormi zoccole, che gironzolavano, poi, indisturbate, sotto gli occhi indifferenti degli avventori ubriachi. Era nelle notti d’estate, in particolare, sotto una volta catramosa ed opprimente, sovrastata da una luna color ruggine, che quello spazio irreale, sospeso negli incubi, si popolava di mostri, bestie antropomorfe ed altre figure terrifiche. Quando il giorno era ormai abbondantemente sfumato, formicolavano, attorno a quel verminaio lugubre, ladri, mezzi camorristi, malviventi con facce turpi da assassini. Personaggi inumani, dall’aspetto trucolento, come Ninuccio ‘O Riavolo, Lello ‘O Sciancato, o, ancora, Rafele MacGyver, chiamato così per l’ingegnosità con cui si introduceva negli appartamenti da svaligiare. Banditi spietati, con l’anima surriscaldata dal vino e dagli stupefacenti, stravaccati, in uno stato di piacevole stordimento, ai tavolini di quel bar fetido, a conversare di reati ed efferatezze, fra rutti, bestemmie e risa sguaiate. Ma anche reietti, vagabondi, alienati d’ogni sorta, apparivano, di notte, con le loro sembianze spettrali: corpi scarnificati, con i volti smunti ed ossuti, che si trascinavano estenuati, avanti e indietro, senza requie. Pascale Kamminenn’, ad esempio: un omiciattolo emaciato, con il viso fuligginoso e gli occhi spiritati, che girovagava d’estate, indossando dei calzoncini sportivi, un cappottone invernale e gli scarponi da montagna ai piedi. Vagava per le campagne, portando sempre con sé una busta di plastica ed una mazza di legno. Di fronte al primo malcapitato che gli si parava innanzi, cominciava a sciorinare le sue stramberie senza senso, assumendo un tono grave e solenne: «V’ata sta’ accuort’ ai lupi mannari, che cca’ sta chieno’ pe’ dint’ ‘e terre!». Quello sguardo dolente, spaesato, che tracimava di tristezza ed angoscia, perso a fissare nel vuoto lo sfrecciare delle macchine sull’Appia, mi turbava profondamente, apparendomi sinistro e, allo stesso tempo, anche familiare.

Il bar di Genesio, per qualsiasi essere umano sano di mente, sarebbe stato semplicemente un «non luogo»: un’area di passaggio anonima, impersonale, verso cui è impossibile sviluppare delle forme, pur minime, di appropriazione psicologica. Lo squallore in cui era immerso quel locale decadente, sembrava scoraggiare ogni autentica interazione. Era per questo, forse, che quegli uomini abbrutiti, senza più vincoli con il mondo che li circondava, accettavano di sprecarvi l’esistenza.

Dedicato a F.


Flavio Lepore è nato a Roma. Questa è la sua unica qualità.